Gestire il conflitto in modo collaborativo? Si può fare

Gestire il conflitto in modo collaborativo? Si può fare

Viviamo in un’epoca di conflitti e di rottura a livello sistemico. Siamo in conflitto con la natura e le risorse del nostro pianeta: ci aspettiamo una crescita infinita, ma disponiamo di risorse limitate.

Siamo in conflitto sociale con altri gruppi, portatori di interessi politici e sociali diversi dai nostri.

Genitori con il cuore

L’economia della finanza e l’economia reale procedono su due binari completamente disallineati e spesso in conflitto tra loro.

E, infine, siamo in conflitto con noi stessi e preda di opposte spinte: dobbiamo indirizzare le nostre energie a produrre di più o a stare meglio?

In tutti queste tipologie di conflitto emergono due polarità che esprimono tensioni contrapposte.

Ma esiste una possibilità di contemperarle, se ci sforziamo di cogliere la prospettiva evolutiva, nascosta nel conflitto.

Il conflitto è, infatti, naturale tra i sistemi viventi che entrano in relazione e produce differenti dinamiche che possono essere orientate a mantenerne la stabilità sul lungo periodo, a patto di vederlo come un processo e non come un fine. Quanto più i sistemi viventi sono diversificati, tanto più le possibilità evolutive, basate sulla differenze saranno maggiori.

Anche nel processo narrativo di qualunque storia, l’antagonista (Altro da me) è utile: mi mette di fronte alle prove che mi servono per crescere.

Sto dedicando molto tempo – come formatrice aziendale e come counselor – ad esplorare dinamiche e forme del conflitto: lavorando con le persone mi rendo sempre più conto che il problema non è il conflitto, ma i bisogni e le richieste sottese che attendono ascolto .

A livello individuale, ogni volta che entriamo in conflitto con qualcuno è perché non ci sentiamo ascoltati e compresi nei nostri bisogni profondi.

Non solo. Chi abbiamo di fronte, probabilmente, sta facendo risuonare alcune parti di noi di cui non siamo pienamente consapevoli e che trovano – attraverso il conflitto con quella persona – la forza per emergere allo scoperto.

E allora abituarsi a osservare cosa succede dentro di noi, quando mi trovo di fronte ad un conflitto, è un buon modo per cominciare a distinguere il contenuto della contesa, dalla relazione con l’altro.

Certamente non è facile, ma è un buon esercizio di consapevolezza, che può aiutarci a migliorare, di molto, le relazioni.

Come facilitatore abilitato alla #praticacollaborativa insieme agli altri professionisti coinvolti (avvocati e commercialisti), ho un ampio campo di osservazione nel contesto delle crisi coniugali, dove è molto importante dare il giusto spazio ai bisogni (soprattutto emotivi) di ciascuna delle parti, prima di pensare di poter negoziare accordi sostenibili.

Negoziare vuol proprio dire stare in mezzo a interessi che entrano in conflitto, mantenendo l’orientamento a trovare una risposta collaborativa (e durevole) per le diverse parti.

A livello di organizzazioni il tema è ancor più interessante. Lo stile comunicativo di un gruppo è il prodotto della cultura e della vision del gruppo e veicola informazioni a diversi livelli: un primo livello riguarda le regole espresse ed è il livello del consenso, il secondo concerne le emozioni sottese e il terzo livello è quello dell’essenza, la fonte primigenia da cui originano i bisogni del gruppo. Riconoscere e comprendere quali forze consapevoli e inconsapevoli agiscono il gruppo, consente di riportare i conflitti su un piano trasformativo e di risolverli senza reprimerli.

E’ per questo che diventa molto importante non pensare alla gestione dl conflitto come ad una guerra di potere, ma cogliere la possibilità di abilitare un cambio di paradigma che aiuti tutti i soggetti coinvolti a trovare soluzioni cooperative adatte, senza lotte di posizioni e a transitare (più o meno facilmente) verso punti di vista, realmente nuovi per tutti.

E’ una prospettiva che richiede fiducia, coraggio e l’allenamento di alcune competenze dell’ #intelligenzaemotiva, prima di tutto la flessibilità mentale.

Anche per questo, stiamo portando nelle Università, nelle scuole, nelle aziende e, soprattutto alle persone nuove viste. E farlo in un ottica multidisciplinare è un modo per fare rete e ampliare la visione.

Prossimamente, dal 22 maggio presso “Le spezie gentili”, Via Petrarca 6, Milano Cristina Menichino, Marco Sala (entrambi avvocati e mediatori) ed io (in qualità di counselor e facilitatore) proporremo un percorso in più incontri dal titolo “Before e inside conflict” proprio orientato ad esplorare principi e metodi di prevenzione e gestione del conflitto.

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Digitale e relazione: conflitto, negoziazione e intelligenza emotiva

Digitale e relazione: conflitto, negoziazione e intelligenza emotiva

Siamo costantemente iper-connessi con una realtà virtuale che rischia di generare relazioni mediate, che danno vita a comunicazioni a-sincrone, dove ognuno finisce per parlare con sé stesso senza ascoltare l’altro. E ciò non può che alimentare fraintendimenti e conflitti.

#milanodigitalweek

Genitori con il cuore

La domanda che portiamo alla vostra riflessione oggi è: sono connesso o disconnesso?

Noi tutti viviamo in una situazione di ambivalenza.

La disconnessione è ormai diventata una struttura, anzi, viviamo nell’epoca delle disconnessioni: tra PIL e benessere, tra economia finanziaria ed economia reale, tra modelli di leadership e persone, tra avanzamento tecnologico e bisogni.

Le capacità di ascolto e di negoziazione possono allora aiutare ad entrare in relazione con l’altro (che sia il collega di lavoro, l’amico, il genitore o il figlio) in una modalità creativa e generativa, orientata a negoziare accordi duraturi e condivisi, che tengano in considerazione i bisogni di tutte le parti coinvolte.

La gestione di un conflitto si rivela, quindi, un’opportunità di crescita, atta a creare connessioni e a generare nuovi punti di vista, perché senza feedback non c’è apprendimento, senza condivisione non c’è risultato.

Al di là delle tecniche per risolvere i conflitti, devo chiedermi quali sono le emozioni che si generano in me durante il conflitto. Ho paura? Sono arrabbiato? Mi sento offeso perché l’altro non mi capisce? Oppure tendo a prevaricare?

Se non porto a consapevolezza queste emozioni, tendo ad erigere barriere e ad attivare meccanismi di difesa che rendono difficile un dialogo costruttivo.

Per generare connessioni autentiche dobbiamo spostare il locus mentale dal quale operiamo.

L’operazione da fare è, allora, prendersi un attimo per respirare e guardarsi dall’esterno.

La mente può osservare le emozioni, senza giudizio e restare in una posizione neutrale di osservatore esterno.

Proviamo a chiudere gli occhi e ad osservare il nostro respiro. Il respiro avviene e noi ne siamo consapevoli. Io non sono le emozioni che provo in quel momento.

Questo lavoro di consapevolezza, di disidentificazione, può essere appreso e soprattutto allenato grazie all’utilizzo di una risorsa importantissima che tutti noi possediamo, ma a cui spesso diamo poco valore. Si chiama intelligenza emotiva e la possiamo semplificare come la capacità di contattare, gestire e poi comunicare le nostre emozioni.

A differenza del QI (quoziente intellettivo) che rimane stabile nel tempo il QE (quoziente emotivo) può essere modificato.

L’intelligenza sociale, che è una delle componenti dell’intelligenza emotiva mi può aiutare ad entrare in una relazione strutturata con le emozioni, gli atteggiamenti e i comportamenti degli altri.

Lo posso fare in una modalità intuitiva ed empatica, cercando di mettermi nei panni dell’altro o lo posso fare attivando una qualità di ascolto attivo, che non sia solo orientato ai contenuti ma anche a comprendere l’altro nella sua globalità.

Posso ascoltare con le orecchie, con gli occhi e con il cuore.

Il Prof. Scharmer del Mit di Boston ci da qualche indicazione, distinguendo un ascolto di downloading che non fa che riconfermare pregiudizi o presupposizioni, pescando dal passato, da un ascolto fattuale che comincia ad orientarsi al comportamento ma con un atteggiamento di giudizio, ad un’ascolto empatico, di pancia, per poi arrivare ad un’ascolto generativo, con cui posso addirittura intercettare le potenzialità ancora inespresse di chi ho di fronte e attivare soluzioni creative prima impensabili.

Questo passaggio è un passaggio di consapevolezza difficile da attivare se non ci si apre profondamente all’altro con una qualità di presenza che fa sentire che l’altro c’è, esiste, anche se non si è d’accordo con lui.

Attenzione quindi anche al vostro modo di comunicare con il corpo.

Il corpo dialoga per noi e al nostro posto. Una buona postura di apertura e di attenzione è il presupposto per aprire qualunque negoziato.

Ascolto vuol dire, anche saper ascoltare sé stessi, intervenendo consapevolmente con un’operazione di disconnessione dalle mille distrazioni, quando è il momento di rimanere focalizzati su di sé e sui propri obiettivi.

Nell’era della trasformazione digitale la vera sfida è quindi promuovere una “cultura digitale” non solo orientata alla digitalizzazione tecnica e operativa, ma all’attivazione di quelle competenze dell’intelligenza emotiva che mettono le persone in grado di affrontare più agevolmente il cambiamento che le tecnologie digitali introducono.

Ascoltare vuol dire passare da un ego-sistema centrato sul mio bisogno ad un eco-sistema centrato sul bisogno del gruppo, compreso me.

E qui andiamo anche oltre l’intelligenza emotiva. Per attivare questa modalità di ascolto dobbiamo orientarci interiormente alle richieste dell’economy 4.0 che già ci sopravanza.

Anche l’avanzamento tecnologico per essere al servizio dell’evoluzione sociale deve esportare un modello che metta al centro le interazioni basate sull’amplificazione delle funzioni cognitive e comunicative.

La comunicazione uomo-uomo, macchina-macchina e uomo-macchina può essere facilitata solo se si attinge ad un patrimonio molto più grande, che chiameremo intelligenza collettiva dove si passi da ottimizzazione di funzioni sistemiche a un terreno comune di consapevolezza umana di attenzione a ciò che sta per emergere.

 

Intervento tenuto in occasione della Milano Digital Week il 18 marzo 2018 sul Tram dell’innovazione con @Womentech, Mario Dotti e ATM

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