IN VIAGGIO VERSO SE STESSI – Step 6

IN VIAGGIO VERSO SE STESSI – Step 6

Nel capitolo 6 del nostro libro THE HEALING HOME – La casa che cura il viaggio è assunto come metafora del processo di trasformazione interiore: si parla di “Viaggio dell’Eroe” come di un #archetipo universale, comune a diverse culture, e rappresentativo del processo di crescita che ogni essere umano si trova a dover affrontare in più momenti della vita.
Simbolicamente possiamo dire di essere tutti eroi in viaggio.

Genitori con il cuore
Continua il percorso in 7 passi alla scoperta del libro THE HEALING HOME-La casa che cura. 7 passi per trasformare la tua casa e la tua vita, scritto con Silvana Citterio e pubblicato con Eifis Editore.
Dopo aver ascoltato i nostri bisogni (Osservare con consapevolezza – Step 1) e averli analizzati con oggettività e amorevolezza (Casa interiore e casa esteriore – Step 2) è giunto il momento di lasciar andare ciò che non  serve, per sradicare vecchie abitudini, Ripulire la casa e sbloccare le energie (Step 3).
Lasciare andare il vecchio, apre spazio al nuovo, alla scoperta consapevole di ciò che ci piace e ci fa vibrare.
Può trattarsi anche di una riscoperta, di parti di sé a lungo rimaste sopite o nascoste, una sorta di Ritorno al futuro (Step 4).
Solo con un bagaglio leggero può cominciare  il viaggio verso se stessi, per ritrovarsi finalmente in contatto con la propria nota autentica e cominciare a Trasformare i buoni propositi in azioni (Step 5).
Non esiste viaggio che non produca trasformazione.
Nel capitolo 6 del nostro libro il Viaggio è assunto come metafora del processo di trasformazione interiore: si parla di Viaggio dell’Eroe come di un archetipo universale, comune a diverse culture e rappresentativo del processo di crescita che ogni essere umano si trova a dover affrontare in più momenti della vita.
Simbolicamente possiamo dire di essere tutti eroi in viaggio.
Non solo. Il viaggio dell’Eroe è un paradigma narrativo, facilmente rintracciabile in molti libri e film.
Il viaggio dell’eroe è un #viaggiointeriore verso le profondità oscure dell’essere, per resuscitare poteri dimenticati e riscoprire parti di sè.
Quando capiamo la verità su noi stessi, spesso la vita diventa molto più difficile, prima di migliorare: la trasformazione esige la morte di un vecchio sistema, perché ne possa emergere uno nuovo.
Il compito fondamentale dell’eroe è trovare un altro modo di vivere e di tornare a raccontarlo.
A fronte di una parte che muore ne rinasce un’altra.
Si esce da una posizione di #dipendenza dalle proprie #credenzelimitanti per rinascere autonomi.
Nelle narrazioni che funzionano, l’eroe non è uguale a se stesso all’inizio e alla fine del viaggio: ha illuminato parti di sé inconsce, che agivano contro di lui e questa consapevolezza ne fa una persona diversa.
Nel processo per divenire esseri umani compiuti, l’eroe incappa sempre in un antagonista, ma se coltiva adeguatamente la fiducia nelle proprie risorse, può trovare – lungo la strada – anche tanti aiutanti.
Tutti i cattivi e tutti gli amici dell’eroe sono dentro di noi. La prova psicologica che tutti noi dobbiamo affrontare è fondere queste parti divise in un’entità completa e equilibrata o, come direbbe la #Psicosintesi, integrare la molteplicità delle nostre parti in un sé unificato e consapevole di se stesso.
 In un racconto ben strutturato (così come nella vita) gli antagonisti sono strategici per la narrazione, perché hanno in sé una parte di luce. Pensiamo ad esempio alla saga di Guerre Stellari, dove il personaggio principale Luke SkyWalker deve scoprire da dove proviene, per dare voce al “lato oscuro della forza” e sublimarla, trasformandola in luce volta al bene.
I contenuti di cui fatichiamo a prendere consapevolezza, se ricacciati nell’oscurità dell’inconscio, si trasformano, infatti, in energia dannosa che ci indebolisce; se portati, invece, alla luce della conoscenza, si polverizzano e ci aiutano a crescere.
Ogni processo evolutivo parte da una visione dicotomica (il buono contro il cattivo) per arrivare ad una sintesi.
Le polarità apparentemente oppositive, che caratterizzano qualsiasi organismo vivente, presente in natura, e qualsiasi relazione diventano allora fisiologici strumenti per garantirne l’evoluzione.
Ed è proprio nella caverna dove abbiamo paura di entrare, che si trova il tesoro che stiamo cercando.
Questi e molti altri spunti troverete nel libro The healing Home – La casa che cura, 7 passi per trasformare la tua casa e la tua vita che potrete trovare qui

Photo by Silvana Citterio

Fiducia e coraggio sono pratiche di consapevolezza

Fiducia e coraggio sono pratiche di consapevolezza

Praticare la consapevolezza vuol dire stare nel presente, attivando qualità di fiducia, di accettazione e di coraggio che sono indispensabili per affrontare la vita.

E non è così difficile. Basta imparare a respirare.

Genitori con il cuore

La nostra abitudine a pensare per pensare – osserva Kabat Zinn, il fondatore della Mindfulness – ha, tra le varie conseguenze, quella di espellere dalla mente alcune qualità, in primis, la consapevolezza. E dunque i pensieri spazzano via proprio quel fattore esterno capace di farci osservare dal di fuori e consentirci di comprendere che i pensieri sono solo pensieri e che abbiamo sempre la possibilità di non lasciarci travolgere. Ma la consapevolezza si esercita con la pratica. La pratica meditativa profonda non è la ricerca di un’esperienza speciale, ma un atteggiamento nei confronti della vita. Ogni nostra attività può diventare un piccolo risveglio. La pratica di consapevolezza è allora la coltivazione della volontà di incontrare qualunque cosa emerga di momento in momento, con totale presenza e cuore aperto. A questo proprosito Kabat Zinn ci suggerisce, inanzitutto, di prendere contatto con i sensi per renderci conto di ciò che possiamo percepire del mondo esterno.

Abitare le condizioni presenti significa essere unificati e vivi. Volgere l’attenzione al respiro è, per esempio, un’attività che ci radica del presente. Questo non è solo un fatto tecnico. E’ di più. Se impariamo a stare con il respiro così com’è, costruiamo una base di fiducia e accettazione per poter stare con gli eventi, così come sono. Più questo ritmo corpo-mente è semplice, più aiutiamo la consapevolezza ad emergere. Quando invece ci agitiamo, ci allontaniamo dalla consapevolezza. Ogni istante, però, abbiamo l’opportunità di tornarvi, deponendo il giudizio: tornare al respiro come se fosse la prima volta ci consente di osservare con l’innocenza del principiante anche il nostro rammarico e, da qui, riflettere sul nostro corpo e sulla nostra mente con un atteggiamento equanime e compassionevole.

La meditazione costituisce una delle più conosciute pratiche di consapevolezza e richiede soprattutto una qualità di coraggio, il coraggio di stare con quel che c’è.

Il nostro spazio del cuore potenzialmente assai vasto non può che restringersi e contrarsi, se pensiamo tanto e ci preoccupiamo troppo per il futuro. La nostra anima vuole connessione e il continuo chiacchiericcio interiore allontana dalla connessione con sé stessi. Ma il sentimento di base dell’anima è anche la fiducia sulla quale si può fondare una vita attiva, dedita al bene e alla giustizia, ma soprattutto nutrire pensieri-seme che generino un ambiente fiducioso intorno a noi.

La fede è la base del nostro lavoro interiore, poiché senza di essa noi non saremmo in grado di continuare nel nostro dubbio e nel nostro sforzo. Per dirla con le parole di Munindo, “la fede è una fragranza del cuore”.

Photo by J K on Unsplash

L’arte di volare oltre i propri limiti

L’arte di volare oltre i propri limiti

Qualunque trasformazione nasce da un cambio di visuale.

E il cambio di visuale nasce dalla libertà di vedere.

La libertà va esercitata, però, perché gli occhi spesso hanno una visuale limitata.

Se impari a guardare dentro di te senza limiti, vedrai ciò che già conosci.

Per volare alla velocità del pensiero in qualunque luogo, tu devi persuaderti che sei già arrivato (R. Bach, Il Gabbiano Jonathan Livingstone).

Il cambio di paradigma

 

Dopo aver riconosciuto con l’aiuto di Hillman la chiamata, il dharma, la missione che ci spinge a realizzare appieno il nostro scopo e aver appreso da Buber le sei tappe che ci conducono lungo il cammino che ci porterà a ritornare a noi stessi, il passo più difficile è quello di trasformare l’intenzione in realtà.

Il Gabbiano Jonathan Livingstone e un libro semplice, spesso banalizzato, ma proprio per questo utile a riportarci al tema della trasformazione, come momento di riposizionamento rispetto ai nostri obiettivi interiori.

Per vederci nella realizzazione dei nostri obiettivi, la pratica yoga suggerisce esercizi di concentrazione, che ci consentano di immaginarci nella condizione di averli già raggiunti.

Anche la psicosintesi ci spiega come, attraverso le visualizzazioni, possiamo attingere al nostro inconscio superiore per veicolare energie positive sul tema della nostra

realizzazione e, così, già iniziare a renderla vera.

Ma torniamo al nostro testo.

La storia del Gabbiano che voleva volare come un falco

Jonathan vive insieme ad altri gabbiani dello Stormo Buonapettito, il cui scopo principale è quello di volare per procurarsi il cibo.

La sua natura lo porta ad andare oltre le rigide norme dello Stormo, per cercare di imparare come volare oltre il limite impostogli dalla condizione di gabbiano.

E così cerca in ogni modo di esercitarsi per cercare di volare più in alto e più velocemente possibile, come un falco.

Il volo per Jonathan diventa una religione che lui persegue con fatica, perizia e intelligenza perché solo attingendo a quella aspirazione trova la sua ragione di esistere.

A volte è preso dallo scoramento e pensa che sarebbe meglio comportarsi come un gabbiano qualsiasi, senza dar retta al demone che lo istiga ad imparare cose nuove. Ma proprio in quei momenti il demone si fa più esigente e lo spinge ancor più a superare sé stesso.

"E fu cosi che una mattina, poco dopo il calar del sole Jonathan passò come una saetta nel bel mezzo dello Stormo Buon appetito, a duecento e dodici miglia orarie, a occhi chiusi, proiettile pennuto e sibilante. Il Gabbiano della fortuna gli fu benigno quella volta. Non ci furono morti."

Il gabbiano Jonathan è dunque convinto di aver compiuto una grande impresa e di aver diritto a tutti gli onori dello Stormo per aver loro offerto una visione nuova, che si eleva sugli automatismi del vivere per mangiare. Ma dovrà fare i conti con l'oscurantismo dello Stormo che lo allontana.

La chiamata

Qual è il percorso che affronta Jonathan?

Comprende innanzitutto che la sua natura è più forte. La sua vocazione lo chiama ad alzare lo sguardo più in alto della massa dei gabbiani.

E lui non può fare a meno di ascoltarla, anche se sa che deve pagare un prezzo altissimo, quello di essere considerato un reietto.

La solitudine non lo spaventa. Sembra quasi desiderarla come momento di pace, per poter scendere al fondo di sé e delle sue paure e poter così risalire alle più alte vette.

Jonathan capisce che per superare sé stesso deve prima di tutto spogliarsi di tutti quegli abiti mentali che lo schiacciano a terra. Deve cioè attuare un processo di disidentificazione dalle emozioni che non lo rappresentano (come la paura di non essere un gabbiano “normale”) e che sottraggono energie alla sua missione per concentrarsi sullo sforzo di perfezionare sé stesso.

Vedete come Jonathan si proietta in alto prima con il sogno e, poi, con la perizia del volo.

Il libro, scritto da un aviatore americano è ricchissimo di descrizioni di prove di volo fallite che consentono al nostro Gabbiano di superare i confini del suo limitato mondo, con una volontà buona, sapiente e disinteressata che agisce, con umiltà, perché non può fare altro.

L’umiltà è il sentimento umano per eccellenza, quello che ci consente di essere consapevoli del nostro limite.

Ma non esiste sforzo per diventare ciò che siamo, se siamo già noi stessi.

Lo sforzo è quello con cui pervicacemente ci allontaniamo dal nostro vero sé, per identificarci con le aspettative altrui.

Ma riprendiamo la nostra storia.

Una sera si affiancano a Jonathan due gabbiani, candidi come la luna e gli chiedono di seguirlo ancora più in alto per riportarlo a casa.

Jonathan si trova in un altro mondo che, inizialmente, scambia per il Paradiso.

Lì i gabbiani sono pochi e comunicano tra loro telepaticamente.

Sono tutti orientati ad apprendere nuove tecniche di volo e a perseguirle, ricercando la perfezione.I gabbiani sanno che la capacità di evolvere e solo nelle loro mani.

 

Momenti anima

Il Gabbiano Anziano spiega a Jonathan che il Paradiso non è un luogo e neanche un tempo. È cimentarsi con la perfezione.

Il che non vuol dire volare alla velocità della luce, ma aprirsi al linguaggio dell'anima.

Il cuore e la sede della nostra anima.

Dobbiamo attingere alla spiritualità nel quotidiano, preservando i momenti anima, cioè quelli

in cui l'anima si manifesta da sé.

L'anima è occasione di incontro tra "io" e "tu". È il punto di incontro tra sé e gli altri.

L'anima ha bisogno di intimità.

"Se vuoi trovare il sé o l'anima devi andare a trovarli a casa sua".

R. Assagioli

Curare l'anima nel quotidiano significa dunque manifestare i momenti anima o raccogliere quelli manifestati da altri.

Il gabbiano Anziano da istruzioni a Jonathan prima di volare verso un mondo superiore e lo incita a rimanere consapevole di sé. Funziona sempre quando sai quel che fai.

Prima di andarsene, lascia a Jonathan un testamento spirituale: gli dice “tu seguita ad istruiti sull'amore”.

Per Jonathan si fa dunque strada la consapevolezza che l'unico modo che ha per donare l'amore è rendere partecipe della verità da lui appresa qualche altro gabbiano che aneli a quella verità.

Non potendo fare a meno di pensare che forse ci sono sulla Terra anche solo due o tre gabbiani che hanno desiderio di conoscere le arti del volo, Jonathan decide di tornare nel suo mondo per istruire i giovani gabbiani.

E così fa ritorno allo Stormo originario dove gli anziani impongono a tutti di ignorare la presenza di Jonathan e dei suoi discepoli.

Ma Jonathan continua a predicare. Parla di cose molto semplici.

Dice che è giusto che un gabbiano voli, essendo nato per la libertà e che è suo dovere lasciar perdere tutto ciò che intralcia, superstizioni, antiche abitudini o qualsiasi altra forma di schiavitù.

E cosi i gabbiani uno ad uno imparano a volare, non perché siano dotati di poteri divini, ma solo perché hanno compreso ciò che veramente sono e cominciano ad adeguarsi a sé stessi.

 

Aperitivo letterario 10 giugno 2015

Note a margine di Bach, Il Gabbiano Jonathan Livingston,

presso Caffè Bamboo, Via Marcona 6 Milano

Foto: Foto gentilmente concessa da Adriana Baldi