Violenza economica: come l’educazione finanziaria può aiutare la gender equality

Violenza economica: come l’educazione finanziaria può aiutare la gender equality

In Italia oggi 1 donna su 5 non ha un suo conto corrente al Nord (1 su 4 al Sud) o se ce l’ha spesso è gestito dal partner.

Genitori con il cuore

Molte sono ancora le donne che vengono convinte (o costrette) ad abbandonare il lavoro per stare a casa o, magari per lavorare nell’azienda di famiglia, senza retribuzione.

La violenza economica è un problema di cui si parla poco o, prevalentemente in associazione alla violenza fisica, cui è intimamente connesso, ma non è solo un fenomeno racchiuso tra le mura domestiche.

Se ne è parlato al Festival dello sviluppo sostenibile, il 29 settembre 2020, in occasione del Convegno Come contrastare la violenza economica sulle donne: L’innovazione dà una mano? organizzato dal Gruppo Asvis per la realizzazione degli obiettivi dell’Agenda ONU 2030, in relazione al Goal 5 (Parità di genere), di cui ho l’onore di far parte, come coordinatrice del Gruppo Donne lavoro e sostenibilità professionale di Aias.

La violenza economica, ci ha spiegato il Gip del Tribunale di Vercelli Fabrizio Filice viene spesso utilizzata come arma di ricatto per la donna che intende separarsi o nel caso di denunce per maltrattamenti, ove “il reato di maltrattamenti in famiglia potrebbe essere integrato dalle condotte economicamente sensibili (accentramento della gestione patrimoniale, controllo di spesa, instillazione di sensi di colpa in relazione alla differenza di retribuzione, in eccesso o in difetto)”.

Ma non è questo l’unico aspetto della violenza economica, sebbene sia naturalmente il più grave.

Secondo la sottosegretario al Mef Maria Cecilia Guerra, il divario di genere sul mercato del lavoro in Italia è assestato sul 44% e consta di 3 variabili:

– Minor guadagno orario per le donne;

– Meno ore retribuite mensili (per esempio, per un maggiore ricorso ai congedi parentali);

– Tasso di occupazione femminile più basso di quello maschile.

La posizione della donna sul mercato del lavoro è più debole anche perché i compiti di cura delle persone più fragili (figli, anziani e disabili) gravano quasi integralmente sulle donne: è giocoforza che il loro ruolo lavorativo debba essere compatibile con un posto più vicino a casa e con orari più flessibili.

Inoltre, se i carichi di lavoro di cura non sono equamente distribuiti anche lo smart working rischia di diventare un ghetto.

A ciò si aggiungono altri due fattori.

Il primo è un tema di stereotipi di genere di matrice culturale, spesso alimentato anche dalle stesse donne: l’uomo è spesso considerato il “responsabile economico” della famiglia. Pensate che il 54,1% delle donne non investe i propri risparmi (contro il 34% degli uomini).

E il secondo è quella forma di discriminazione occulta per cui le donne finiscono per avere minor accesso a incentivi, straordinari e premi di produzione.

Anche dal punto di vista finanziario – ci dice Magda Bianco di Banca d’Italia – l’accesso al credito, a parità di condizioni, è più difficile per le imprenditrici, nonostante che le imprese “al femminile” crescano di più, abbiano profili più green e sostenibili e offrano maggiore attenzione al welfare.

E e ciò determina un effetto di scoraggiamento, sia perché le donne sono meno propense al rischio, sia perché si aspettano più facilmente un rifiuto.

Per invertire questa tendenza è indispensabile incentivare percorsi di empowerment al femminile, ma anche aumentare le competenze finanziarie delle donne con progetti di alfabetizzazione finanziaria.

Non solo. Occorre anche sostenere attivamente politiche che tengano conto del gender mainstreaming. Già nel 1997, il Consiglio economico e sociale delle Nazioni aveva definito il concetto di gender mainstreaming come “il processo attraverso cui sono valutate tutte le implicazioni per le donne e per gli uomini di ogni azione progettata, in tutti i campi e a tutti i livelli, compresa l’attività legislativa, politica e di programmazione”.

Ottobre è il mese dell’alfabetizzazione finanziaria e anche noi ce ne occuperemo con la collaborazione di Beppe Ghisolfi (Vice Presidente del gruppo Europeo delle Casse di Risparmio) e grazie al progetto Connessioni di Isper con il corso Donne e denaro. Come l’educazione finanziaria può aiutare lo sviluppo dei talenti di genere (4 e 5 novembre ore 9.30-13.00 via zoom)

Ma in questo scenario, che ruolo può avere l’innovazione per contrastare il gender gap?

Lo strumento tecnologico – ha spiegato Mario Calderini, professore di Innovazione Sociale al Politecnico di Milano – non è né buono né cattivo”. Se non viene usata in maniera inclusiva, anche la tecnologia può amplificare le diseguaglianze.

Ad esempio, i crash test delle auto sono settati su un’ individuo maschio con un’altezza media superiore a quella femminile e, quindi, con un gap di distanza nella seduta da pedaliera e volante.

L’economia della conoscenza genera opportunità solo per chi ha familiarità con la scienza e la tecnica, che costituiscono uno dei più importanti driver dell’evoluzione.

Non solo, quindi, è necessario promuovere alla radice un avvicinamento delle studentesse femmine alle discipline STEM, ma lavorare anche molto sui role models (è di qualche giorno fa la notizia che Il Nobel per la Chimica quest’anno è stato assegnato alla biochimica francese Emmanuelle Charpentier e alla chimica americana Jennifer A. Doudna, che hanno messo a punto la tecnica che taglia-incolla il Dna che permette di riscrivere il codice della vita).

Competenze digitali e uso consapevole della tecnologia, competenze finanziarie ed empowerment sono le tre chiavi che consentiranno alle nuove generazioni di privilegiare modelli di imprenditorialità femminile sostenibile e di creare, così, circoli virtuosi per la promozione di politiche culturali, sociali e politiche che valorizzino i talenti delle donne.

Photo by Omid Armin on Unsplash

Dedicato a tutti gli eroi in viaggio

Dedicato a tutti gli eroi in viaggio

Siamo tutti eroi in viaggio. Il viaggio dell’eroe è un viaggio interiore verso le profondità oscure dell’essere, per resuscitare poteri dimenticati e riscoprire parti di sé. Ecco una sintesi dell’intervento mio e di #saraloffredi all’Aperitivo letterario del 28 gennaio 2020, ispirate da Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler e L’eroe dai mille volti di Joseph Campbel.

Genitori con il cuore

Le storie degli uomini variano ma il viaggio dell’eroe è lo stesso. L’eroe è il simbolo di quell’immagine divina e redentrice che è nascosta dentro ognuno di noi e che aspetta solo di essere trovata e riportata in vita.

Il testo di Vogler, Il viaggio dell’eroe prende spunto dal testo di Joseph Campbell L’eroe dai mille volti, pubblicato per la prima volta nel 1949. Negli anni ’80 Vogler, un consulente per le sceneggiature della Disney, si interessa agli studi dei miti nelle popolazioni di tutto il mondo fatti da Campbell (uno dei più grandi studiosi di mitologia comparata), e trasforma il modello in un libro di grande successo, utile sia per l’analisi dei film che per la costruzione di qualsiasi trama narrativa.

Ogni narrazione che si rispetti segue lo schema del viaggio dell’eroe e ci coinvolge profondamente, quando sentiamo che parla a qualcosa di molto vicino a noi. Spesso i personaggi delle storie non si limitano a rispecchiare i nostri sentimenti, ma ci mostrano anche come elaborarli – specialmente quelli più dolorosi e difficili – per accompagnare la nostra evoluzione ed entrare in un mondo più vasto fatto di infinite possibilità.

Gli archetipi e il mito

Il Viaggio dell’eroe è universale, perché le funzioni e i ruoli narrativi del suo modello sono archetipi. Carl Jung ha usato il termine “archetipi” per intendere antichi modelli di personalità che costituiscono l’eredità condivisa dell’umanità. Secondo Jung esiste un inconscio collettivo simile a quello individuale: i miti e le fiabe rappresentano i sogni di un’intera cultura.

Per spiegare che cos’è un archetipo, Campbell utilizzava l’esempio del passero appena uscito dall’uovo che, vedendo la forma di un’aquila, creata artificialmente dall’uomo, si nasconde spontaneamente, mentre se vede la forma di un altro passero, si mette a cinguettare. La metafora del Viaggio dell’eroe sarebbe l’equivalente della forma del passero per noi uomini.

James Hillman, allievo di Jung e autore de Il codice dell’anima, sostiene che per apprezzare J. Campbell dobbiamo andargli incontro sul terreno dell’immaginazione.

Il tema dell’eroe è molto importante per la sopravvivenza della nostra civiltà, costruita sul mito eroico, perché è la forza immaginale che ispira le grandi imprese per il bene pubblico. “Recuperando il mito dell’eroe -dice Hillman – Campbell ha protetto la civiltà dal nichilismo della scienza materialisistica, dalla redenzione ultramondana del cristianesimo e dalla tirannia della mercificazione capitalistica dei valori.” Il mito dice la verità con la chiarezza di un mondo animato, vivo, bello, fondato su una natura animica e dotata di spirito.

Lo schema del viaggio

Tutte le storie sono riconducibili a uno schema narrativo elementare. L’Eroe riceve una Chiamata che lo strappa al suo Mondo Ordinario, istruito da un Mentore vince la sua paura, supera la Prima Soglia ed entra nel Mondo Straordinario, poi accede alla Caverna più Profonda, affronta la Prova Centrale, ottiene la Ricompensa e, dopo aver attraversato una Resurrezione, torna a casa con l’Elisir.

Una parte fondamentale del viaggio avviene durante l’accesso alla caverna più profonda. C’è un punto, di solito a metà della storia, dove l’eroe ha un’illuminazione, entra in lui una nuova prospettiva o comprensione: il Mondo Straordinario gli si svela dinnanzi e può sembrare che la storia sia finita qui, perché una nuova idea ha fatto breccia nella coscienza dell’eroe, che ha il sentore di come potrebbe essere la sua vita. Ma non è così. C’è ancora molto lavoro da fare: l’eroe deve scendere nella caverna più profonda, perché la trasformazione non avviene senza la rinuncia alle vecchie abitudini. Ed è qui tipicamente che avviene la caduta: l’ego non si libera facilmente delle vecchie percezioni e si crea un conflitto tra il proprio sé precedente e quello nuovo che sta lottando per emergere. Quando capiamo la verità su noi stessi, spesso la vita diventa molto più difficile, prima di migliorare: la trasformazione esige la morte di un vecchio sistema, perché ne possa emergere uno nuovo. Quindi il compito fondamentale dell’eroe è trovare un altro modo di vivere e tornare a raccontarlo. L’eroe affronta sempre un percorso di iniziazione, presente in molte culture: muore a sé stesso per rinascere uomo/donna: esce da una posizione di dipendenza psicologica per rinascere autonomo. L’antagonista e l’ombra

Nelle narrazioni che funzionano, l’eroe non è uguale a sé stesso all’inizio e alla fine del viaggio: ha illuminato parti di sé inconsce, che agivano contro di lui – impersonificate nell’antagonista – e questa consapevolezza ne fa una persona diversa. Nel processo per divenire esseri umani compiuti, siamo tutti eroi che incappiamo in guardiani interiori, in mostri e in aiutanti. Tutti i cattivi e tutti gli amici dell’eroe sono dentro noi stessi. La prova psicologica che tutti noi dobbiamo affrontare è fondere queste parti divise in un’entità completa e equilibrata o, come direbbe la Psicosintesi, integrare la molteplicità delle nostre subpersonalità in un sé unificato e consapevole di sé.

Il volto negativo dell’ombra, nella narrativa, si proietta su cattivi e antagonisti che, mettendo in pericolo l’eroe, lo spingono a dare il meglio.

In un racconto ben strutturato (così come nella vita) i personaggi ombra hanno in sé una parte di luce.

L’ombra può rappresentare l’influsso dei sentimenti repressi. Traumi o sensi di colpa, se ricacciati nell’oscurità dell’inconscio, si trasformano in energia dannosa che ci indebolisce; se portati invece alla luce della conoscenza, si polverizzano come i vampiri delle narrazioni più spaventose.

Anche nella visione psicosintetica ogni processo evolutivo deve partire da una visione dicotomica per arrivare ad una sintesi. Le polarità apparentemente oppositive, che caratterizzano qualsiasi organismo vivente, presente in natura, e qualsiasi relazione non sono che fisiologici strumenti per garantire l’evoluzione.

E’ proprio nella caverna dove avete paura di entrare, che si trova il tesoro che state cercando. L’effetto della vittoriosa avventura dell’eroe è quindi di far fluire nuovamente la vita nel corpo del mondo. E voi, siete pronti ad ascoltare la chiamata, ad accettare le sfide, a dominare la paura e a rivendicare il tesoro che state cercando?

@saraloffredi @rocard68

Photo by Steve Halama on Unsplash

Da bruco a farfalla: storia vera di una trasformazione professionale (*)

Da bruco a farfalla: storia vera di una trasformazione professionale (*)

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, diceva il Mahatma Gandhi e questo è stato un po’ il mantra del mio percorso professionale.

Genitori con il cuore

Ho lavorato per oltre 20 anni in azienda: ero responsabile di un’Area di business, gestivo persone e obiettivi di fatturato, guadagnavo discretamente, ma non ero felice. Non stavo ascoltando me stessa.

Avevo addosso dei vestiti troppo stretti, in cui non mi sentivo a mio agio e sono certa che, prima o poi mi sarei ammalata.

Quando dobbiamo cambiare, la vita manda dei segnali. E il mio è arrivato “sotto mentite spoglie”. Un giorno più difficile degli altri, ho aperto la mail e ho trovato un invito da parte dal Prof. Sabino Cassese, (che allora, tra le altre cose, era Presidente del Centro Guido Dorso di Avellino) a tenere una relazione ai ragazzi delle superiori (nell’ambito dell’iniziativa “Parliamo del Vostro futuro”), per spiegare quali fossero le competenze necessarie per sostenere il mio ruolo professionale.

Il progetto vedeva il coinvolgimento di professionisti, imprenditori e managers che raccontavano ai giovani la vita vera al lavoro, per dare evidenza, non solo dei percorsi professionali intrapresi, ma anche delle competenze necessarie, delle sfide affrontate e delle aspettative – più o meno soddisfatte – nel quotidiano.

Su quel palco, davanti a tantissimi studenti che mi ascoltavano attenti, ho avuto un’intuizione: ho capito che volevo aiutare le persone a trovare la propria strada.

È stato un processo di evoluzione creatrice, per dirla alla Bergson. La vita è una «creazione» che continuamente «disfa» la materia, mediante processi di organizzazione «invisibili» dei quali l’organismo «visibile» costituisce soltanto una temporanea realizzazione.

Quel che mi serviva, io lo avevo già…solo che non me ne ero resa conto, finché non ho raccontato un’altra storia di me stessa.

A 45 anni, madre di 3 figli, ho cominciato a ripensarmi, a verificare le competenze che avevo e quelle che mi mancavano, a studiare per acquisire conoscenze che mi aiutassero a far crescere il mio potenziale, ad esercitarmi, in azienda, con i giovani stagisti.

Sono diventata Counselor professionista, ho imparato a parlare in pubblico, a gestire un’aula e ho studiato i temi dell’intelligenza emotiva, di cui attualmente mi occupo. Ho incontrato tanti formatori e ho lavorato fianco a fianco con loro per apprendere il mestiere.

E man mano quella è diventata la lente attraverso cui leggere il mondo e ho potuto trasformarlo in un lavoro: aiutare le persone, soprattutto i giovani e le donne, a sviluppare il proprio talento in armonia con i bisogni dell’organizzazione cui appartengono.

Cavalcare il cambiamento, scoprendo sé stessi.

Nel mondo economico 4.0 sono cambiate le regole, ed è cambiato il focus dalle opportunità alle potenzialità. Siamo ormai nella “Società della conoscenza” (dice Gianna Martinengo, imprenditrice di successo fondatrice di Women&Technologies), quella in cui non è tanto la possibilità di creare idee nuove che ci contraddistingue, ma la possibilità di creare dei link tra idee preesistenti. Connessioni, appunto.

Le donne, in questo hanno naturalmente una marcia in più.

Noi viviamo nella società del cambiamento e la rete (sia intesa come web che come rete di conoscenze, di networking, di connessioni) è il driver più importante: una risorsa monetizzabile e da valorizzare.

E allora occorre ridisegnare la mappa delle competenze che ci servono per crescere.

Non possiamo più vederci come profili professionali verticali e immutabili, ma dobbiamo riprogettarci come “fettine di competenze” orizzontali modulari che possono essere mescolate e ricomposte a seconda delle esigenze che il cambiamento e la società richiedono.

Naturalmente, bisogna però imparare non solo ad autovalutarsi, ma ad autovalorizzarsi.

Come? Lavorando su chi siamo e su chi vorremmo essere. Se ci abituiamo a pensarci come ci vorremmo, lo diventeremo.

Tanto più saremo radicate nella nostra essenza, tanto più le nostre azioni risulteranno autentiche e verranno ascoltate.

Se dovessi dare un consiglio alle giovani donne che studiano e che un giorno si affacceranno al mercato del lavoro, mi vengono in mente tre parole chiave.

La prima è sostenibilità. Per che cosa mi sento portata?. Quali attività svolgo senza poter smettere? Quali mi danno energia, anziché togliermela?

L’energia femminile è fluida come l’acqua, aiuta ad abbattere le barriere, a integrare, ad armonizzare. Ed è la risorsa che ci potrà aiutare a conciliare vita familiare e professionale, se taglieremo un vestito su misura per noi e impareremo a rispettare i nostri bisogni.

La sostenibilità è anche e soprattutto un tema ambientale. Le teorie più evolute sulla leadership ispirazionale, parlano di ascolto generativo e intuizione come qualità che veicolano una leadership non più ego centrata ma eco centrata, in cui chi guida fa da catalizzatore della crescita del gruppo. E in questo le donne sono molto brave.

La seconda è consapevolezza delle proprie risorse, sia in termini di visione che in termini di libertà dai copioni.Occorre disinnescare tutte le credenze limitanti che ostacolano il nostro sviluppo. Del resto “svilupparsi” vuol dire letteralmente “togliere i viluppi”. Per affrontare le sfide della complessità, le competenze trasversali, il mind-set digitale e le competenze finanziarie sono sempre più importanti.

La terza è connessione.

Fare rete e lavorare sul network, che è ormai la risorsa chiave del XXII secolo, vuol dire anche impegnarsi a fare da ponte per il passaggio generazionale. Dobbiamo investire sui giovani e veicolare dei nuovi modelli integrati in cui il mondo dell’educazione, il mondo professionale e il contesto sociale e familiare possano parlarsi e condividere risorse e obiettivi Solo così potremo contribuire fattivamente a rompere gli schemi e ad essere finalmente il cambiamento che vogliamo veder nel mondo.

(*) Questo è il testo del mio intervento al Convegno PARITÀ DIVERSA: EMPOWERMENT, CAMBIAMENTO ED EVOLUZIONE AZIENDALE Saper raccontare sé stesse e le proprie competenze, affidarsi ad un mentor, costruire reti. Torino, 26 settembre 2019 – Stati generali del mondo del lavoro

Photo by David Clode on Unsplash

Pillole di spiritualità per il manager di oggi – Step 3

Pillole di spiritualità per il manager di oggi – Step 3

La pratica del respiro consapevole (pranayama) può aiutarci, ad utilizzare meglio la nostra capacità polmonare e a ossigenare il cervello, ma anche a restare in uno stato di presenza, a regolare i flussi di energia e a mantenere l’attenzione focalizzata al raggiungimento dei nostri obiettivi. E molto altro ancora…

Genitori con il cuore

Il respiro è l’essenza della vita: si inspira non appena si viene alla luce e si espira, quando si chiudono gli occhi per l’ultima volta.

Quante volte ci capita durante la giornata di osservarci mentre respiriamo? Probabilmente poche.

Respirare è un atto involontario, ma possiamo renderlo consapevole.

Proviamo a farlo adesso. Mettiamoci in una posizione comoda, con la schiena dritta e chiudiamo gli occhi, concentrando la nostra attenzione sull’aria che entra dalle narici. Non dobbiamo fare nulla per modificare il respiro. Osserviamone semplicemente il flusso. In breve tempo diventerà più lento, come un filo sottile che ci pervade. Osserviamo ora le nostre sensazioni: il battito del cuore piano piano rallenta, le emozioni si placano e uno stato di serenità ci pervade. Oppure potremmo osservare una sensazione di disagio, se non siamo abituati a questo tipo di pratica. Non fa niente, Annotiamo mentalmente quel che succede, senza giudicare.

Dal punto di vista fisiologico, con il controllo del respiro si rende cosciente quel processo inconscio, che inizia nella parte primitiva del cervello (il tronco encefalico) posto alla sommità della spina dorsale e che stimola il diaframma, il principale muscolo responsabile della respirazione.

Il pranayama è l’insieme delle tecniche di regolazione di inspirazione, ritenzione (il periodo tra inspirazione ed espirazione) ed espirazione, attraverso le quali la forza vitale è attivata e regolata e costituisce una parte fondante della pratica yoga.

Infatti il termine sanscrito pranayama è composto da due parole: prana e ayama. Prana significa “forza vitale” e ayama significa “espansione”, quindi pranayama può essere tradotto letteralmente come ”espansione della forza vitale”.

Esistono diverse tecniche yogiche di respirazione che possono essere praticate per migliorare la capacità di regolare e dirigere il nostro prana.

La respirazione yogica completa è la più semplice e si articola in tre fasi che vanno collegate tra loro:

1. Inspiro espandendo l’addome, lasciando gonfiare la pancia come un palloncino usando il diaframma (respirazione addominale).

2. Continuo a inspirare, dilatando la gabbia toracica con l’aiuto dei muscoli intercostali (respirazione toracica).

3. L’aria raggiunge l’apice dei polmoni facendo leggermente alzare le clavicole (respirazione clavicolare).

A ritroso, durante l’espiro abbasso le clavicole, contraggo leggermente il torace e svuoto l’addome.

Altre tecniche più complesse vengono insegnate durante le lezioni di hatha yoga, con l’obiettivo di ottenere un più alto livello di energia fisica, emotiva e spirituale.

Ma c’è di più.

Così come il corpo e la mente sono legati tra loro e la stabilità di uno dipende dall’altro, allo stesso modo il respiro e la mente sono profondamente connessi. In momenti di stress il respiro è, infatti veloce e superficiale, mentre quando la mente è rilassata, anche il respiro è lento e profondo.

Avere maggior controllo del respiro, aiuterà la mente a diventare più stabile e, conseguentemente, a migliorare anche il nostro benessere psichico.

Anche le neuroscienze ci dicono che il fattore che più di ogni altro consente di prevedere salute e felicità sia l’integrazione cerebrale . Ciò significa che il processo di collegamento di aree differenziali del cervello è probabilmente dovuto ad un meccanismo che consente un’ottimizzazione della nostra capacità di autoregolare l’attenzione, le emozioni, il pensiero, il comportamento e le relazioni. E pare ormai dimostrato che le connessioni neuronali possano essere regolate e modificate (si vedano gli studi sul connettoma di Sebastian Seung).

Nel libro Diventare consapevoli Daniel Siegel, docente di Psichiatria presso la University of California School of medicine fornisce suffragi scientifici di ciò che accade ai nostri neuroni quando utilizziamo le potenzialità latenti della mente, anche e soprattutto attraverso il respiro.

Siegel riconosce al training mentale e alle pratiche di consapevolezza (attivati attraverso la meditazione) il fondamento per la creazione di benessere personale e collettivo.

Per migliorare la qualità della nostra vita e della vita delle nostre organizzazioni – dice – dobbiamo imparare ad allenare, attraverso il respiro consapevole, tre capacità:

1. Attenzione focalizzata (= capacità di concentrazione, di evitare le distrazioni o di lasciarle andare, quando arrivano);

2. Consapevolezza aperta (=capacità di ascolto e di rimanere ricettivi verso ciò che accade senza identificarci nei contenuti oggetto della nostra attenzione);

3. Intenzione gentile (= capacità di entrare in relazione compassionevole/amorevole con sé stessi e con gli altri).

Parleremo prossimamente degli effetti benefici delle pratiche di meditazione sul cervello per migliorare l’equilibrio psico-fisico, per aumentare la concentrazione, per sviluppare fiducia e flessibilità.

Per il momento, nell’augurarvi una serena estate, mi limito a darvi un piccolo consiglio: concedetevi qualche momento della giornata in cui portare attenzione al vostro respiro. Vi sentirete subito meglio.

Photo by Fabian Møller on Unsplash

Pillole di spiritualità per il manager di oggi – Step 2

Pillole di spiritualità per il manager di oggi – Step 2

La ricerca di un management etico, che porti sostenibilità e benessere nelle organizzazioni può essere veicolato anche dai principi del Raja yoga. Oggi ci concentriamo sui precetti del fare (Nyama), per portare un giusto equilibrio tra calma ed energia nel nostro agire professionale, con un occhio di riguardo al tema dell’essenzialità.

Genitori con il cuore

Nutrire la vita spirituale può essere un buon modo per nutrire anche il proprio percorso professionale, soprattutto valorizzando – per sé e per gli altri – quella mission che ciascuno di noi è stato chiamato a incarnare. Abbiamo già anticipato in un precedente post dal titolo “Pillole di spiritualità per il manager di oggi – Step 1” come la ricerca di un management etico, che porti sostenibilità e benessere nelle organizzazioni può essere veicolato anche da alcuni suggerimenti provenienti dai principi del Raja yoga, contenuti nel testo sacro, denominato”Yoga Sutra” di Patanjali, secondo il quale i primi passi di un ricercatore sincero dovrebbero focalizzarsi, primariamente, sul rispetto dei 5 Yama e dei 5 Niyama .

Abbiamo già parlato degli Yama le “cose da non fare”, mentre i Nyama sono invece pratiche di tipo disciplinare che spiegano cosa fare.

I Nyamas sono cinque e agiscono a livello interiore:

1. Saucha = lavorare sulla pulizia interiore;

2. Santosha = gioiredi quel che si ha

3. Tapas = saper essere essenziali

4. Svadhyaya = dedicarsi allo studio e alla conoscenza di sè

5. Isvara pranidhana = praticare la resa.

 

Vediamoli uno per uno.

In sanscrito la parola Saucha significa purificazione e riguarda la pulizia del corpo, ma non solo.

Per avere un corpo pulito e puro è importante praticare con costanza le asana e nutrirsi con una dieta naturale ed equilibrata. Ma anche liberare la mente da pensieri tossici, così come abituarsi a riconoscere e a disinnescare le credenze limitanti che non ci consentono di entrare in contatto con il nostro potenziale di realizzazione.

Santosha significa capacità di accontentarsi, di saper stare con quel che c’è. Per applicare questo principio alla vita lavorativa il primo passo è capire cosa è superfluo. Una volta individuato ciò di cui non abbiamo bisogno occorre imparare a lasciare andare quel che non serve e a concentrare le energie là dove, come dice S. Covey ne “Le sette regole per avere successo”, possiamo ampliare la nostra sfera di influenza per passare dal management alla leadership di noi stessi.

Si potrebbe obiettare che accontentarsi voglia dire frenare l’ambizione e la prosperità. Ciò può essere vero, solo se confondiamo l’essere contenti con l’essere in fuga dalle proprie responsabilità: se abbiamo paura dell’impegno o del fallimento o non siamo capaci di essere profondamente ingaggiati da quel che facciamo potremmo dichiarare di essere contenti di quel che abbiamo, per paura di cambiare. La vera contentezza non significa pigrizia, ma un giusto equilibrio tra pacatezza ed energia.

Tapas significa austerità e riguarda l’esercizio della forza di volontà, il prefiggersi una meta, anche piccola, da raggiungere con costanza e dedizione. La pratica di Tapas ci insegna ad uscire dalla nostra zona di comfort e ad eliminare i modelli e le abitudini negative che spesso sosteniamo con un notevole dispendio di energie.

Tutti noi abbiamo limiti e condizionamenti che sostengono i nostri schemi mentali: la pratica dello yoga e della meditazione ci aiutano a guardarli senza giudizio e a trasformarli. Secondo la Psicosintesi di R.Assagioli la volontà è una qualità dell’essere umano che non può solo essere legata all’autodisciplina, ma che deve anche essere buona (cioè volta al bene), sapiente (cioè dotata di pensiero strategico) e forte (cioè determinata a trasformare gli impulsi in obiettivi).

Svadhyaya invece significa studio di sé stessi e riguarda il valore che diamo alla conoscenza.

Nella pratica di questo principio è racchiuso anche lo studio dei testi antichi e dei grandi maestri, ma soprattutto significa raccogliere dati di osservazione statistica di quel che siamo e di come reagiamo agli stimoli esterni: quanto siamo realmente in grado di autodeterminarci, quanto ci facciamo influenzare dal contesto, come possiamo valorizzare le nostre qualità? Gli studi sull’intelligenza emotiva ci aiutano a riconoscere, gestire e comunicare correttamente il nostro mondo emozionale, con l’obiettivo di rendere i nostri comportamenti efficaci rispetto al contesto e sostenibili per noi. E ciò è possibile solo grazie ad un continuo allenamento.

Infine Isvara (abbandono) Pranidhana (divino), significa abbandonarsi all’essenza di ciò che è, al Divino.

La nostra interiorità è legata all’esterno da un filo sottile: bisogna imparare ad arrendersi all’esistenza, così com’è, perché nulla accade invano. Ogni esperienza viene per insegnarci qualcosa e sta a noi comprendere la lezione che ci porta per evolvere.

Questa è indubbiamente la pratica più difficile da seguire; siamo così inclini a controllare ogni nostra azione ed il suo risultato che il lasciar andare non è per niente facile. Molti di noi hanno bisogno di “controllo nella vita”, e vivono continue battaglie tra mente ed emozioni.

La pratica consiste nel lasciare continuamente andare e nel non crearsi aspettative, proprio mentre la mente continuerà imperterrita a fare programmi, a chiedere rendiconti e a desiderare risultati.

Ciò non vuol dire, ancora una volta rimanere distaccati e poco coinvolti dal nostro agire.

Anzi, significa agire con il massimo interesse ma disinteressatamente, quasi come se, una volta intrapresa un’azione, i frutti della stessa fossero affidati ad una forza più grande.

E’ l’esperienza, ad esempio, della fiducia, come leva per far funzionare le organizzazioni: una volta messa a disposizione del team occorre lasciarla vivere di vita propria, avendo il coraggio di non interferire.

 

Il nostro cammino procede con altri suggerimenti. Prossimamente parleremo di come usare il respiro per riportare la nostra focalizzazione all’interno, per favorire la concentrazione, per combattere ansia e stress.

Photo by Pawel Chu on Unsplash

Pillole di spiritualità per il manager di oggi. Step 1

Pillole di spiritualità per il manager di oggi. Step 1

Imparare a fidarsi della propria energia può aiutarci nella realizzazione professionale e condurci lungo un percorso di management etico che porti sostenibilità e benessere nelle organizzazioni.

Genitori con il cuore

Photo by Joshua Earle on Unsplash E’ possibile coniugare management e spiritualità? Di spiritualità se ne parla poco e spesso male, confondendo la spiritualità con la religione o con qualche oscura forma di esoterismo .

Recentemente, invece, un filone americano di studi ha lanciato l’idea di valorizzare il “capitale spirituale” come variabile fondamentale per la produttività delle organizzazioni aziendali e nei luoghi di lavoro.

Noi Occidentali siamo abituati a portare somma attenzione a ciò che succede all’esterno di noi e poca a ciò che succede all’interno. Reputiamo, cioè, maggiormente degno di nota il campo fenomenologico dell’esistenza, a discapito di tutto il mondo interiore, cui tendiamo a rivolgerci solo se soffriamo emotivamente o se cominciamo ad entrare in contatto con alcune aree di vulnerabilità del corpo, dovute all’avanzare dell’età (e quindi alla paura della morte) o alla presenza di malattie.

Chi, come me, ha sperimentato personalmente e professionalmente come yoga e meditazione possano essere uno strumento per portare risorse e consapevolezza nella vita professionale sa bene che non si pratica solo per mantenere il corpo in salute: i benefici si riflettono a livello fisico, ma soprattutto a livello emozionale ed energetico, oltre che spirituale. Praticando yoga ho imparato a fidarmi della mia energia, come veicolo per riportarmi in asse con la mia interiorità, quel nucleo immutabile e non soggetto alle vicissitudini del mondo esterno, che mi ha guidato verso una realizzazione più profonda della mia nota autentica e che mi sta conducendo lungo un percorso di management etico, che possa creare catene di valore umano.

Attraverso la pratica ho imparato a restituire tutto ciò che avevo imparato: rimettere in circolo le energie è diventato per me un tema di ecologia dell’anima.

È stato ed è un grande lavoro, più che altro perché è difficile togliere strati (o viluppi) che impediscono alla consapevolezza di espandersi, ma soprattutto per la difficoltà oggettiva di affrontare questa ricerca interiore, dovendo ogni giorno negoziare spazi e risorse tra le mille incombenze di libera professionista milanese, mamma di 3 figli!! Chi lavora su di sé attraverso pratiche spirituali è (spesso… ma non sempre!) circondato da un’aura di calma interiore, centratura ed equilibrio emotivo, perché entra in contatto con alcuni livelli energetici più sottili. Ma bisogna avere dei validi traghettatori.

Se siete interessati a questo percorso, vi consiglio di avvicinarvi ad alcuni testi della filosofia vedanta che offrono diverse chiavi di lettura, a seconda del livello di approfondimento e di crescita spirituale sostenibile per ciascuno.

Mi riferisco, in particolare, agli Yoga Sutra di Patanjali , testo di incerta datazione (collocabile tra il 600 a.c e il primo secolo d.c.) che raccoglie in 196 brevi aforismi tutti i principi spirituali alla base della filosofia dello yoga e della meditazione.

Secondo Patanjali, la mente razionale non può comprendere la necessità di integrazione di corpo, mente emozioni e anima: infatti egli definisce lo yoga come citta vritti nirodha ovvero la “cessazione delle fluttuazioni della mente”. I primi passi di un ricercatore sincero dovrebbero focalizzarsi, inanzitutto, sul rispetto di alcuni precetti: 5 Yama e 5 Niyama .

Gli Yama possono essere tradotti come “cose da non fare” e sono considerati principi etici che hanno lo scopo di migliorare il comportamento.

Gli Yama sono 5:

Ahimsa (non violenza, non nuocere a sé o agli altri). Pensate a tutte le forme di violenza e di manipolazione soprattutto verbale cui assistiamo quotidianamente nelle nostre relazioni. Valorizzare la gentilezza e l’empatia nelle organizzazioni significa praticare Ahimsa.

Satya (verità, sincerità, autenticità): Quante volte nella comunicazione siamo ispirati a verità e quante invece, la mancanza di sincerità è una difesa che rende difficile la comunicazione e prelude l’ascolto? Praticare Satya significa anche riconoscere le leve che muovono il nostro sistema di credenze e valorizzare la nostra mission nel mondo professionale (è questo il tema della vocazione lavorativa).

Asteya (non rubare). Appropriarsi indebitamente di idee altrui o non riconoscere il valore dei contributi professionali di tutti gli anelli dell’organizzazione è un modo per non praticare Asteya.

Brahmacharya (continenza nella espressione delle energie). Il principio, genericamente riferito all’uso dell’energia sessuale, è invece applicabile a qualunque dispendio energetico che ci allontana dai nostri obiettivi di realizzazione professionale. Pensiamo alla teoria di Covey sulla gestione del tempo e alla necessità di focalizzarsi sulle priorità.

Aparigraha (non avidità nel possedere). Le dinamiche di potere sono la causa della maggior parte dei conflitti all’interno delle organizzazioni, perché generate da una visione ego-centrata della leadership. Passare ad una visione eco-centrata, ovvero orientata a far crescere il sistema nel suo complesso, invece che a nutrire l’ego del leader, è un modo per praticare Aparigraha di cui ci parlano già le teorie sulla leadership ispirazionale come la U-theory di Otto Scharmer.

I Nyama sono invece pratiche di tipo disciplinare che spiegano cosa fare.

Ne parleremo in un prossimo post e, se, avrete la pazienza di seguirmi, scoprirete come nutrire la vita spirituale sia un buon modo per nutrire anche e soprattutto il proprio percorso professionale e come valorizzare per sé e per gli altri quella missione che ciascuno di noi è stato chiamato a incarnare.

Photo by Joshua Earle on Unsplash