CASA INTERIORE E CASA ESTERIORE – Step 2

CASA INTERIORE E CASA ESTERIORE – Step 2

Vivere e lavorare in un ambiente che ci faccia stare bene è diventato ormai un tema di #sostenibilità. Ce ne siamo resi conto, sicuramente durante i mesi di pandemia, in cui la casa interiore e la casa esteriore hanno finito per coincidere.

Genitori con il cuore
C’è una scienza, l’#epigenetica che ci dice come l’influenza dell’ambiente esterno, in particolare nel caso di eventi particolarmente stressanti, possa arrivare a modificare il nostro #DNA.
La #casa diventa, allora, una rappresentazione simbolica del nostro stato interiore: se disordinata e mal organizzata riflette la nostra confusione e il nostro disorientamento.
Ma può anche diventare fonte di #guarigione.
Nel nostro libro #thehealinghome, scritto con Silvana Citterio e pubblicato con Eifis Editore parliamo anche di questo
In particolare nel capitolo tre del nostro libro Silvana ed io vi spieghiamo come lo spaceclearing e il decluttering, ci aiutino a puli re e riorganizzare lo spazio in cui viviamo, ma anche a trasformare noi stessi.
Ogni volta che decidiamo di rinunciare ad un oggetto che non ci piace o di sostituirlo con uno più funzionale, che decidiamo di cambiare posto ad un mobile o di abbellire un angolo, stiamo già lasciando andare vecchi schemi di pensiero per far spazio a nuove energie e risorse che ci aprano al futuro, a nuove visioni, di noi stessi e della nostra casa.
Analogamente, imparare ad osservare le nostre abitudini di pensiero, i nostri automatismi di comportamento, ci può aiutare a prendere consapevolezza degli schemi che li abitano e a renderli più funzionali ai nostri bisogni e desideri.
Come avviene per la nostra casa, possiamo osservare la complessità della nostra personalità da un punto di vista esterno per iniziare a comprendere quali comportamenti infruttuosi vogliamo trasformare e quali sono le situazioni in cui si manifestano.
Così facendo, possiamo cominciare a riconoscere le nostre dinamiche, il modo in cui funzioniamo.
E pian piano a fare statistica dei nostri comportamenti.
C’è sempre, infatti, un momento in cui abbiamo la possibilità di scegliere il comportamento più adatto alla situazione.
Solo che il più delle volte la nostra libertà di scelta è travolta dall’abitudine.
Il lavoro di osservazione dei meccanismi che ci rendono consapevoli di ciò che proviamo e di allenamento all’utilizzo delle nostre risorse è immane (e dura una vita intera).
Ma è davvero l’unico investimento che frutterà sempre.
Ogni volta che ci sentiamo guidati da un’emozione, che prende il sopravvento, ricordiamoci che noi non siamo solo quell’emozione ma abbiamo la possibilità di gestirla senza esserne travolti e che possiamo imparare a farlo osservando i nostri comportamenti.
Da questa osservazione non può che derivare la consapevolezza che la maggior parte dei nostri comportamenti sia guidata da automatismi, volti a disperdere meno energie possibili.
Le neuroscienze ci dicono, infatti, in diversi modi quanto il nostro cervello tenda a seguire strade mentali già calpestate, per non dover scegliere ad ogni bivio la strada da percorrere. Ma non solo. Abbiamo anche la possibilità di accogliere con amorevolezza le nostre parti più vulnerabili e, abbracciandole senza giudizio, lasciare che si trasformino. Tutti noi tendiamo ad agganciare ad un comportamento un pensiero e un’emozione che continueremo a reiterare tutte le volte che ripeteremo quello schema.
Se ci rendiamo conto che non è più funzionale, prenderne coscienza e provare a modificarlo è un primo passo per fare #puliziainteriore e liberarsi di abitudini mentali ormai superate.
Provate a sperimentarlo con noi, su un piccolissimo spazio o su un singolo comportamento legato ad un’abitudine della vostra quotidianità in casa.
I risultati saranno incredibili!
Questi e molti altri spunti troverete nel libro The healing Home – La casa che cura, 7 passi per trasformare la tua casa e la tua vita che potrete visionare qui

Photo by Silvana Citterio

THE HEALING HOME Osservare con consapevolezza – Step 1

THE HEALING HOME Osservare con consapevolezza – Step 1

Ogni cambiamento comporta una trasformazione nel nostro stato mentale, fisico ed emozionale. E ogni trasformazione, per esserci utile, è un processo che va portato a consapevolezza.

Genitori con il cuore
##Comincia oggi la pubblicazione in 7 passi di un percorso che vi porterà a scoprire insieme a noi come affrontare un cambiamento o una trasformazione voluta o subita, lavorando contemporaneamente su di sé e sulla propria casa.

E’ un percorso attraverso cui vi guideremo alla scoperta del nostro libro The Healing Home. La casa che cura  scritto da me e Silvana Citterio e appena pubblicato da Eifis Editore

Vi guideremo a sperimentare – con noi – come in ogni passaggio la casa costituisca un supporto importante attraverso cui poter lavorare su di noi e come attraverso il lavoro su di noi saremo presto in grado di avere una casa che ci rassomigli, che ci accolga, che ci curi, accrescendo il nostro benessere.

Sappiamo bene che di fronte ai grandi traumi, come una separazione, un lutto o un accadimento che comporti un #cambiamento improvviso e non programmato nella vita, la paura guida ogni nostro comportamento.
L’istinto di rintanarsi, di chiudersi in sé è fortissimo e ha una sua ragion d’essere.
È un modo per metabolizzare il lutto, per lasciare che il corpo, le emozioni e la mente si adattino, con tempi diversi, al nuovo status.

Ma cosa succederebbe se, invece di rinchiuderci in noi, di rintanarci per scappare, utilizzassimo quel tempo per osservare come il cambiamento esterno sta agendo dentro di noi e come ciò sta modificando l’ambiente in cui viviamo?

Se siamo impauriti, confusi o semplicemente preoccupati qual è l’effetto sul luogo in cui viviamo o lavoriamo? Riusciamo ad averne cura e a sentirci centrati o riflettiamo il nostro squilibrio interiore all’esterno?

Che cosa succederebbe, invece, se usassimo quel momento per osservare le nostre emozioni, lasciare loro spazio, restare in contatto con i messaggi che portano, senza volerle “risolvere subito”.

Traslando sul piano esterno, restare in contatto con le proprie emozioni di fronte al cambiamento significa osservare in maniera oggettiva l’ambiente in cui viviamo, come se fossimo degli ospiti che ci entrano per la prima volta.

Questo stato mentale di attivazione dell’osservatore esterno, volto a creare delle pause di pensiero per riuscire – almeno un po’ – a riposare la mente, può essere favorito da una semplice meditazione guidata, come quella che troverete nel libro, al termine del Capitolo Uno.
La #meditazione di #consapevolezza è un esercizio che proviene dalla pratica Integral yoga (Yoga Nidra) e da alcune pratiche che ho appreso nel mio percorso di formazione e coinvolge il riconoscimento di corpo, emozioni e mente come di tre parti separate, ma integrate della visione di sé.
Aiuta, quindi, a rilassare il corpo, a rallentare il pensiero e ad avere una visione esterna del proprio stato del momento, per prendere le distanze dalle emozioni scomode e dai pensieri ruminanti.
Se volete provare, ecco un breve passaggio.

  • Prendete una posizione comoda e chiudete gli occhi.
  • Portate l’attenzione al respiro e osservate l’aria che entra e che esce.
  • Restate semplicemente in silenziosa osservazione del respiro, senza interferire.
  • Se la mente si distrae, riportatela gentilmente al respiro. Concentratevi sul respiro e percepite uno stato di distensione che cresce nella mente e nel corpo.
  • Se osservate la mente, adesso, potrete rilevare che si svuota dai pensieri, che rallentano la loro corsa.
  • Potete osservarli passare come foglie portate dal vento, senza giudizio e senza attaccamento.

Osservate  come vi sentite. E’ cambiato qualcosa nel vostro stato complessivo? E come si sente il vostro corpo?

Osservare con consapevolezza il nostro stato interiore e il contesto in cui viviamo è il primo passo per partire alla ricerca di sé.

Nel secondo step vi spiegheremo come la nostra “casa interiore” e quella esteriore possano dialogare tra loro in maniera evolutiva e aiutarci a mettere le nostre risorse al servizio di una trasformazione utile a stare meglio e ad entrare più profondamente in contatto con noi stessi.

Photo by Silvana Citterio

La vera forza della gentilezza

La vera forza della gentilezza

La pratica della gentilezza è ormai necessaria , non solo come antidoto all’odio diffuso, ma anche come risorsa per il nostro ben-essere, per costruire relazioni feconde, per migliorare efficienza e apprendimento negli studi e nella vita professionale. Ecco il mio intervento all’Aperitivo letterario del 12 novembre 2019 ispirati da La forza della gentilezza di Piero Ferrucci, Mondadori.

Genitori con il cuore

Perché parlare di gentilezza

La gentilezza, diceva Goethe è una catena che tiene uniti gli uomini. Nella sua accezione comune la gentilezza richiama la buona educazione: un insieme di gesti da Galateo che insegnavano i nostri nonni.

Ma questa è una visione riduttiva. Provate a ricordare che cosa avete provato l’ultima volta che qualcuno è stato gentile con voi. Sicuramente vi sarete sentiti visti, riconosciuti nel vostro valore e avrete provato gratitudine nei confronti di quella persona.

E viceversa, cosa avete provato l’ultima volta che siete stati voi gentili con qualcun altro? Il cuore probabilmente si è aperto ad uno stato di benessere e attenzione verso il mondo fuori e avrete percepito connessione con l’altro.

La gentilezza è un ingrediente essenziale per non sprecare il capitale di rapporti umani che possediamo. La gentilezza fa bene a chi la riceve, ma anche a chi la dona.

Anche la scienza ha confermato che le persone gentili stanno meglio e vivono più a lungo.

I teorici dell’evoluzione mostrano che il dna delle persone gentili ha grandi possibilità di riprodursi, mentre i neurologi riscontrano un’attività più intensa nel lobo posteriore superiore temporale del cervello degli altruisti. E il punto è proprio questo: il fatto stesso di essere gentili è il beneficio della gentilezza. E quindi le prove scientifiche potrebbero anche non essere necessarie, anche se legittimano un modello di riconoscimento delle nostre emozioni che ci aiuta a capire come siamo fatti.

Se la nostra natura è quella di essere aperti, disponibili e empatici verso gli altri, oppure no.

La falsa gentilezza

Per parlare di gentilezza dobbiamo sgomberare il campo da tutte le forme di falsa gentilezza.

Non è gentilezza una generosità calcolata, volta ad ottenere vantaggi dagli altri.

Non è gentilezza la manifestazione di rabbia nascosta e non espressa, mascherata falsamente: questo è ciò che gli psichiatri chiamano una “formazione reattiva” ovvero il vestito per contenuti inconsci inaccettabili e, per ciò, adattati.

Non è gentilezza la passività o debolezza, quella di manzoniana memoria del “vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro”.

La gentilezza è, invece, un insieme di qualità sinergiche che possono essere agite singolarmente, ma che hanno ancora più potere trasformativo se agite insieme.

Le qualità di cui ci parla Piero Ferrucci sono innocuità, appartenenza, contatto, fiducia, empatia, calore, gioia, fiducia, sincerità, pazienza, flessibilità, generosità, gratitudine, servizio. Dedicheremo un’attenzione particolare a Innocuità e Gratitudine, la prima perché spesso malintesa nell’accezione comune, la seconda perché è il modo più facile per essere felici.

Innocuità

Ahimsa paramo dharma, diceva Ghandi riferendosi al principio universale della non violenza, tradotto dal sanscrito come Non nuocere è la legge suprema.

Ahimsa è anche il primo degli Yama, le pratiche etiche, le cose da non fare per un sincero ricercatore spirituale che si avvicina allo Yoga integrale. Nella sua accezione di Innocuità, il non nuocere è una capacità di segno negativo, ma non passiva: innocuità è un comportamento attivo che esige un lavoro di autoregolazione e di concentrazione attenta. Richiede intelligenza, consapevolezza, padronanza di sé e bontà d’animo.

“L’innocuità – dice Ferrucci – è la risposta ad una domanda fondamentale che ognuno di noi più o meno consciamente si pone: qual è il mio atteggiamento verso ogni essere vivente: di competizione e confronto? Di giudizio e critica? Di sfruttamento o vittimismo? (…)di paura e sospetto? Oppure di supporto, amicizia, calore e collaborazione? Questa risposta giace nella profondità del nostro essere ed è lì che dobbiamo andarla a scoprire.Il nostro implicito atteggiamento verso gli altri ci accompagna sempre, condiziona i nostri rapporti con gli altri, colora la nostra vita”. Gratitudine

Passando alla gratitudine, siamo sempre colpiti dall’intensità emotiva e dalla bellezza di questo sentimento. Ma il sentimento è solo l’aspetto più visibile della gratitudine. In realtà essa è prima di tutto un’operazione della mente e consiste nel riconoscere valore a ciò che la vita ci offre.

Tutto è perfetto così com’è, dicono gli orientali, anche se adesso non comprendiamo.

“La gratitudine – dice Ferrucci – è per definizione antieroica. Non dipende da quanto io sono bravo o forte o speciale. Anzi è basata sulla mia mancanza e sulla mia capacità di chiedere aiuto. Se non nascondo a me stesso quanto sono vulnerabile e incompleto, allora posso ricevere il beneficio che la vita mi offre ed essere grato”.

Nella relazione, spesso perdiamo questa opportunità perché, per coglierla pienamente dobbiamo accettare ancora una volta di essere senza difese e che la nostra felicità possa dipendere da qualcun altro.

Allora perché la gentilezza è una qualità contro-corrente?

Adam Phillips, in un articolo pubblicato con Barbara Taylor su Internazionale (dicembre 2018) e prima ancora sul Guardian dice “Nella nostra immagine degli esseri umani, la gentilezza non è un istinto naturale: siamo tutti pazzi, cattivi, pericolosi e profondamente competitivi. Le persone sono mosse dall’egoismo e gli slanci verso il prossimo sono forme di autoconservazione.”

La gentilezza è rischiosa, perché abilita un paradigma di dipendenza dagli altri. Per essere gentili, dobbiamo essere in grado di farci carico carico della vulnerabilità degli altri, e quindi della nostra. E ciò, dice Philips è diventata un segno di fragilità.

La società moderna occidentale rifiuta questa verità fondamentale e mette l’indipendenza al di sopra di tutto. Per gran parte della storia occidentale la gentilezza è stata legata alla cristianità, che per secoli ha fatto da collante culturale, tenendo uniti gli individui di una società.

Ma dal cinquecento in poi il comandamento cristiano “ama il prossimo tuo come te stesso” subisce la concorrenza dell’individualismo. Il Leviatano (1651) di Thomas Hobbes considera la generosità cristiana psicologicamente assurda. “Homo Homini Lupus” sostiene Hobbes: l’esistenza è una “guerra di tutti contro tutti”.

L’individualismo è un fenomeno recente, legate alle teorie sul capitalismo e visto come chiave di lettura della società moderna in opposizione al collettivismo. In realtà l’illuminismo, generalmente considerato l’origine dell’individualismo occidentale, difendeva le “inclinazioni sociali” contro gli “interessi privati”.

Anche se il sospetto più radicato nei confronti della gentilezza è che sia solo una forma di narcisismo camuffato, la gentilezza continua a esse­re un’esperienza di cui non riusciamo a fare a meno, sebbene il nostro sistema di valori contemporaneo, contribuisce a far sì che sembri utile in alcune circostanze, ma anche potenzialmente super­flua.

Conclusioni

Nella visione di molti cammini spirituali, ogni persona è tutti gli altri.

Così come in ogni cellula è contenuto il Dna dell’intero organismo, ogni individuo contiene in sé l’umanità intera.

Se siamo in grado di migliorare la vita di qualcun’altro e di accendere una luce nel suo cuore, questa è già una vittoria, una risposta umile e silenziosa alle sofferenze e ai disagi del nostro pianeta. “Quando ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile” Dr Wayne W. Dyer

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Lontani lontani, vicini vicini:cosa porteremo con noi nel d.C19?

Lontani lontani, vicini vicini:cosa porteremo con noi nel d.C19?

Quando tutto questo sarà finito, non dimentichiamoci tutto quello che abbiamo imparato e che porteremo con noi nel d.C19 (dopo Covid19).

Genitori con il cuore

Stiamo vivendo giorni difficili. La paura per lo stato di salute nostro e dei nostri cari, la privazione della libertà di movimento, le preoccupazioni per le previsioni economiche dei prossimi mesi. In questi giorni dovremmo avere più tempo per pensare. Non per pensare in maniera automatica, ma per attivare l’osservatore esterno, quel punto di vista da cui è possibile fare un bilancio di dove siamo e dove stiamo andando. E il tempo della solitudine non va sottovalutato, perché è dallo stare soli con sé stessi che nasce la reale opportunità di visione. Rubo una citazione di Zygmunt Bauman, uno dei più importanti sociologi del nostro tempo:

quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia all’opportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione“.

Purtroppo, invece, tendiamo a cercare scorciatoie che ci riportino più vicino possibile ai nostri meccanismi automatici: ad esempio, sostituire la comunicazione reale con la comunicazione virtuale ha solo trasposto la nostra bulimia comunicativa, ha solo creato un modo per non stare, ancora una volta, con noi stessi.

Ma se davvero vogliamo collaborare con l’inevitabile abbiamo la possibilità di costruire, in casa, la nostra palestra di allenamento emotivo e spirituale.

Qualche giorno prima che scoppiasse l’emergenza ho fatto un sogno. Non un sogno normale, ma un sogno che mi ha lasciato addosso un’emozione profonda per settimane. Quel sogno è stato un messaggero di un nuovo modo di lavorare sulla mia crescita personale. Ricordo solo l’immagine di un rombo che reca ai vertici 4 parole, da cui derivano altrettante competenze da allenare, in questo momento di stasi del fare. La prima è adattamento. Siamo stati tutti proiettati, senza preavviso, in un mondo diverso. L’emergenza sanitaria ci ha separati fuori, per farci trovare più vicini dentro. In famiglia condividiamo spazi e tempi, che, prima, ritenevamo impensabili. Sicuramente, gestire il tempo e lo spazio con tutti gli altri membri del nucleo familiare, comporta alcune criticità di adattamento. Siamo sufficientemente flessibili per adattare i nostri comportamenti ad un nuovo status o entriamo in sofferenza psicologica? Siamo in grado di negoziare nuove regole di convivenza a casa o imponiamo i nostri bisogni, senza preoccuparci degli altri? Un solo consiglio per attivare le vostre capacità di negoziazione: non pensate a soluzioni dicotomiche (o/o) ma cercate soluzioni inclusive (e/e), dopo aver esplorato i bisogni di ognuno. Se affiniamo la nostra capacità creativa, le soluzioni saltano fuori.

La seconda è concentrazione. Ci possiamo facilmente rendere conto di quanto sia difficile recuperare il focus su di noi, se siamo costantemente immersi in interazioni forzate. È un po’ la stessa difficoltà che incontravamo a scuola, quando era necessario restare concentrati a studiare per un compito in classe, mentre nell’altra stanza i nostri fratelli giocavano rumorosamente.

Cito spesso, nei miei corsi il testo di Daniel Goleman Focus, come mantenersi concentrati nell’era della distrazione. La capacità di focalizzare l’attenzione è una risorsa mentale sottile e sfuggente, spesso sottovalutata. Eppure riveste un’importanza enorme rispetto al modo in cui affrontiamo la vita: i suoi effetti, come hanno spiegato in questi ultimi anni le neuroscienze, si fanno sentire nella maggior parte delle cose che facciamo, assediati come siamo da una marea di dati e stimoli difficili da gestire. Goleman dice «La felicità non si raggiunge automaticamente acquisendo la capacità di essere attenti, però è uno strumento che aiuta a raggiungere il benessere. E allo stesso modo, senza questa facoltà diventa assai improbabile essere felici. Il saper mantenere l’attenzione aiuta non solo a individuare con maggiore efficacia la soluzione dei problemi, ma anche a migliorare la qualità dei rapporti con gli altri, accresce l’empatia, ci rende capaci di saper apprezzare meglio le bellezze». Abbiamo quindi un’ottima occasione per allenare la nostra capacità di concentrazione, proprio perché sarà più difficile farlo nel contesto attuale. Possiamo iniziare provando a rimanere concentrati sul nostro respiro a occhi chiusi per alcuni minuti al giorno. Sicuramente impareremo molto di noi stessi e degli altri. “L’attenzione – diceva Simone Weil – è la forma più rara e più pura della generosità. A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono”. La terza è attesa. Siamo immersi in una bolla spazio-temporale che non sappiamo quando finirà e che ci costringe a so-stare nel presente senza esempi passati e senza visione del futuro. Quanti di noi sono allenati a farlo? Pochi, penso. Saper stare nel presente è difficile, ma è una risorsa indispensabile per dare il giusto valore alle cose. Prendete il tempo dell’attesa come un tempo sacro. I greci avevano due modi per definire il tempo Chrónos e Kairós . Chrónos è il tempo che scorre, la durata quantitativa di un evento. Kairós è il tempo qualitativo e corrisponde ciò che è giusto e opportuno fare in un certo momento, la buona occasione, ma anche il movimento del tempo che coincide con l’eterno. In questo tempo dell’attesa, abbiamo la possibilità di ritrovare la profonda connessione che, da sempre, lega l’uomo e la natura. Sicuramente, presi dal delirio di onnipotenza di “Homo-Deus” (come direbbe Harari), ce n’eravamo dimenticati.

La quarta è evoluzione. Mi ha sempre aiutato molto nella mia vita pensarmi oltre la difficoltà, e proiettarmi già al sicuro nel futuro a riguardare indietro le criticità appena superate. Oggi forse questo esercizio lo possiamo fare insieme e immaginare quali competenze porteremo nel d.C19 (dopo-Covid 19). Provate a fare un elenco dei valori che stanno guidando le vostre giornate di “clausura” e scriveteli. Nella mia lista ci sono: gratitudine, solidarietà, rispetto, vicinanza, amore, ma anche connessione, bellezza essenzialità, pazienza. Ricordiamoci di dedicare silenzio e rispetto alle tante vite che sono state sacrificate sull’altare di questa vicenda epocale a cui non eravamo preparati. Ma non dimentichiamoci di ricordare tutto quello che abbiamo imparato e che porteremo con noi nel d.C19 (dopo Covid19).

“Sfuggire al contagio della follia e della vertigine collettiva tornando a stringere per conto proprio, al di sopra dell’idolo sociale, il patto originario dello spirito con l’universo” Simone Weil

Dedicato a tutti gli eroi in viaggio

Dedicato a tutti gli eroi in viaggio

Siamo tutti eroi in viaggio. Il viaggio dell’eroe è un viaggio interiore verso le profondità oscure dell’essere, per resuscitare poteri dimenticati e riscoprire parti di sé. Ecco una sintesi dell’intervento mio e di #saraloffredi all’Aperitivo letterario del 28 gennaio 2020, ispirate da Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler e L’eroe dai mille volti di Joseph Campbel.

Genitori con il cuore

Le storie degli uomini variano ma il viaggio dell’eroe è lo stesso. L’eroe è il simbolo di quell’immagine divina e redentrice che è nascosta dentro ognuno di noi e che aspetta solo di essere trovata e riportata in vita.

Il testo di Vogler, Il viaggio dell’eroe prende spunto dal testo di Joseph Campbell L’eroe dai mille volti, pubblicato per la prima volta nel 1949. Negli anni ’80 Vogler, un consulente per le sceneggiature della Disney, si interessa agli studi dei miti nelle popolazioni di tutto il mondo fatti da Campbell (uno dei più grandi studiosi di mitologia comparata), e trasforma il modello in un libro di grande successo, utile sia per l’analisi dei film che per la costruzione di qualsiasi trama narrativa.

Ogni narrazione che si rispetti segue lo schema del viaggio dell’eroe e ci coinvolge profondamente, quando sentiamo che parla a qualcosa di molto vicino a noi. Spesso i personaggi delle storie non si limitano a rispecchiare i nostri sentimenti, ma ci mostrano anche come elaborarli – specialmente quelli più dolorosi e difficili – per accompagnare la nostra evoluzione ed entrare in un mondo più vasto fatto di infinite possibilità.

Gli archetipi e il mito

Il Viaggio dell’eroe è universale, perché le funzioni e i ruoli narrativi del suo modello sono archetipi. Carl Jung ha usato il termine “archetipi” per intendere antichi modelli di personalità che costituiscono l’eredità condivisa dell’umanità. Secondo Jung esiste un inconscio collettivo simile a quello individuale: i miti e le fiabe rappresentano i sogni di un’intera cultura.

Per spiegare che cos’è un archetipo, Campbell utilizzava l’esempio del passero appena uscito dall’uovo che, vedendo la forma di un’aquila, creata artificialmente dall’uomo, si nasconde spontaneamente, mentre se vede la forma di un altro passero, si mette a cinguettare. La metafora del Viaggio dell’eroe sarebbe l’equivalente della forma del passero per noi uomini.

James Hillman, allievo di Jung e autore de Il codice dell’anima, sostiene che per apprezzare J. Campbell dobbiamo andargli incontro sul terreno dell’immaginazione.

Il tema dell’eroe è molto importante per la sopravvivenza della nostra civiltà, costruita sul mito eroico, perché è la forza immaginale che ispira le grandi imprese per il bene pubblico. “Recuperando il mito dell’eroe -dice Hillman – Campbell ha protetto la civiltà dal nichilismo della scienza materialisistica, dalla redenzione ultramondana del cristianesimo e dalla tirannia della mercificazione capitalistica dei valori.” Il mito dice la verità con la chiarezza di un mondo animato, vivo, bello, fondato su una natura animica e dotata di spirito.

Lo schema del viaggio

Tutte le storie sono riconducibili a uno schema narrativo elementare. L’Eroe riceve una Chiamata che lo strappa al suo Mondo Ordinario, istruito da un Mentore vince la sua paura, supera la Prima Soglia ed entra nel Mondo Straordinario, poi accede alla Caverna più Profonda, affronta la Prova Centrale, ottiene la Ricompensa e, dopo aver attraversato una Resurrezione, torna a casa con l’Elisir.

Una parte fondamentale del viaggio avviene durante l’accesso alla caverna più profonda. C’è un punto, di solito a metà della storia, dove l’eroe ha un’illuminazione, entra in lui una nuova prospettiva o comprensione: il Mondo Straordinario gli si svela dinnanzi e può sembrare che la storia sia finita qui, perché una nuova idea ha fatto breccia nella coscienza dell’eroe, che ha il sentore di come potrebbe essere la sua vita. Ma non è così. C’è ancora molto lavoro da fare: l’eroe deve scendere nella caverna più profonda, perché la trasformazione non avviene senza la rinuncia alle vecchie abitudini. Ed è qui tipicamente che avviene la caduta: l’ego non si libera facilmente delle vecchie percezioni e si crea un conflitto tra il proprio sé precedente e quello nuovo che sta lottando per emergere. Quando capiamo la verità su noi stessi, spesso la vita diventa molto più difficile, prima di migliorare: la trasformazione esige la morte di un vecchio sistema, perché ne possa emergere uno nuovo. Quindi il compito fondamentale dell’eroe è trovare un altro modo di vivere e tornare a raccontarlo. L’eroe affronta sempre un percorso di iniziazione, presente in molte culture: muore a sé stesso per rinascere uomo/donna: esce da una posizione di dipendenza psicologica per rinascere autonomo. L’antagonista e l’ombra

Nelle narrazioni che funzionano, l’eroe non è uguale a sé stesso all’inizio e alla fine del viaggio: ha illuminato parti di sé inconsce, che agivano contro di lui – impersonificate nell’antagonista – e questa consapevolezza ne fa una persona diversa. Nel processo per divenire esseri umani compiuti, siamo tutti eroi che incappiamo in guardiani interiori, in mostri e in aiutanti. Tutti i cattivi e tutti gli amici dell’eroe sono dentro noi stessi. La prova psicologica che tutti noi dobbiamo affrontare è fondere queste parti divise in un’entità completa e equilibrata o, come direbbe la Psicosintesi, integrare la molteplicità delle nostre subpersonalità in un sé unificato e consapevole di sé.

Il volto negativo dell’ombra, nella narrativa, si proietta su cattivi e antagonisti che, mettendo in pericolo l’eroe, lo spingono a dare il meglio.

In un racconto ben strutturato (così come nella vita) i personaggi ombra hanno in sé una parte di luce.

L’ombra può rappresentare l’influsso dei sentimenti repressi. Traumi o sensi di colpa, se ricacciati nell’oscurità dell’inconscio, si trasformano in energia dannosa che ci indebolisce; se portati invece alla luce della conoscenza, si polverizzano come i vampiri delle narrazioni più spaventose.

Anche nella visione psicosintetica ogni processo evolutivo deve partire da una visione dicotomica per arrivare ad una sintesi. Le polarità apparentemente oppositive, che caratterizzano qualsiasi organismo vivente, presente in natura, e qualsiasi relazione non sono che fisiologici strumenti per garantire l’evoluzione.

E’ proprio nella caverna dove avete paura di entrare, che si trova il tesoro che state cercando. L’effetto della vittoriosa avventura dell’eroe è quindi di far fluire nuovamente la vita nel corpo del mondo. E voi, siete pronti ad ascoltare la chiamata, ad accettare le sfide, a dominare la paura e a rivendicare il tesoro che state cercando?

@saraloffredi @rocard68

Photo by Steve Halama on Unsplash

Da bruco a farfalla: storia vera di una trasformazione professionale (*)

Da bruco a farfalla: storia vera di una trasformazione professionale (*)

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, diceva il Mahatma Gandhi e questo è stato un po’ il mantra del mio percorso professionale.

Genitori con il cuore

Ho lavorato per oltre 20 anni in azienda: ero responsabile di un’Area di business, gestivo persone e obiettivi di fatturato, guadagnavo discretamente, ma non ero felice. Non stavo ascoltando me stessa.

Avevo addosso dei vestiti troppo stretti, in cui non mi sentivo a mio agio e sono certa che, prima o poi mi sarei ammalata.

Quando dobbiamo cambiare, la vita manda dei segnali. E il mio è arrivato “sotto mentite spoglie”. Un giorno più difficile degli altri, ho aperto la mail e ho trovato un invito da parte dal Prof. Sabino Cassese, (che allora, tra le altre cose, era Presidente del Centro Guido Dorso di Avellino) a tenere una relazione ai ragazzi delle superiori (nell’ambito dell’iniziativa “Parliamo del Vostro futuro”), per spiegare quali fossero le competenze necessarie per sostenere il mio ruolo professionale.

Il progetto vedeva il coinvolgimento di professionisti, imprenditori e managers che raccontavano ai giovani la vita vera al lavoro, per dare evidenza, non solo dei percorsi professionali intrapresi, ma anche delle competenze necessarie, delle sfide affrontate e delle aspettative – più o meno soddisfatte – nel quotidiano.

Su quel palco, davanti a tantissimi studenti che mi ascoltavano attenti, ho avuto un’intuizione: ho capito che volevo aiutare le persone a trovare la propria strada.

È stato un processo di evoluzione creatrice, per dirla alla Bergson. La vita è una «creazione» che continuamente «disfa» la materia, mediante processi di organizzazione «invisibili» dei quali l’organismo «visibile» costituisce soltanto una temporanea realizzazione.

Quel che mi serviva, io lo avevo già…solo che non me ne ero resa conto, finché non ho raccontato un’altra storia di me stessa.

A 45 anni, madre di 3 figli, ho cominciato a ripensarmi, a verificare le competenze che avevo e quelle che mi mancavano, a studiare per acquisire conoscenze che mi aiutassero a far crescere il mio potenziale, ad esercitarmi, in azienda, con i giovani stagisti.

Sono diventata Counselor professionista, ho imparato a parlare in pubblico, a gestire un’aula e ho studiato i temi dell’intelligenza emotiva, di cui attualmente mi occupo. Ho incontrato tanti formatori e ho lavorato fianco a fianco con loro per apprendere il mestiere.

E man mano quella è diventata la lente attraverso cui leggere il mondo e ho potuto trasformarlo in un lavoro: aiutare le persone, soprattutto i giovani e le donne, a sviluppare il proprio talento in armonia con i bisogni dell’organizzazione cui appartengono.

Cavalcare il cambiamento, scoprendo sé stessi.

Nel mondo economico 4.0 sono cambiate le regole, ed è cambiato il focus dalle opportunità alle potenzialità. Siamo ormai nella “Società della conoscenza” (dice Gianna Martinengo, imprenditrice di successo fondatrice di Women&Technologies), quella in cui non è tanto la possibilità di creare idee nuove che ci contraddistingue, ma la possibilità di creare dei link tra idee preesistenti. Connessioni, appunto.

Le donne, in questo hanno naturalmente una marcia in più.

Noi viviamo nella società del cambiamento e la rete (sia intesa come web che come rete di conoscenze, di networking, di connessioni) è il driver più importante: una risorsa monetizzabile e da valorizzare.

E allora occorre ridisegnare la mappa delle competenze che ci servono per crescere.

Non possiamo più vederci come profili professionali verticali e immutabili, ma dobbiamo riprogettarci come “fettine di competenze” orizzontali modulari che possono essere mescolate e ricomposte a seconda delle esigenze che il cambiamento e la società richiedono.

Naturalmente, bisogna però imparare non solo ad autovalutarsi, ma ad autovalorizzarsi.

Come? Lavorando su chi siamo e su chi vorremmo essere. Se ci abituiamo a pensarci come ci vorremmo, lo diventeremo.

Tanto più saremo radicate nella nostra essenza, tanto più le nostre azioni risulteranno autentiche e verranno ascoltate.

Se dovessi dare un consiglio alle giovani donne che studiano e che un giorno si affacceranno al mercato del lavoro, mi vengono in mente tre parole chiave.

La prima è sostenibilità. Per che cosa mi sento portata?. Quali attività svolgo senza poter smettere? Quali mi danno energia, anziché togliermela?

L’energia femminile è fluida come l’acqua, aiuta ad abbattere le barriere, a integrare, ad armonizzare. Ed è la risorsa che ci potrà aiutare a conciliare vita familiare e professionale, se taglieremo un vestito su misura per noi e impareremo a rispettare i nostri bisogni.

La sostenibilità è anche e soprattutto un tema ambientale. Le teorie più evolute sulla leadership ispirazionale, parlano di ascolto generativo e intuizione come qualità che veicolano una leadership non più ego centrata ma eco centrata, in cui chi guida fa da catalizzatore della crescita del gruppo. E in questo le donne sono molto brave.

La seconda è consapevolezza delle proprie risorse, sia in termini di visione che in termini di libertà dai copioni.Occorre disinnescare tutte le credenze limitanti che ostacolano il nostro sviluppo. Del resto “svilupparsi” vuol dire letteralmente “togliere i viluppi”. Per affrontare le sfide della complessità, le competenze trasversali, il mind-set digitale e le competenze finanziarie sono sempre più importanti.

La terza è connessione.

Fare rete e lavorare sul network, che è ormai la risorsa chiave del XXII secolo, vuol dire anche impegnarsi a fare da ponte per il passaggio generazionale. Dobbiamo investire sui giovani e veicolare dei nuovi modelli integrati in cui il mondo dell’educazione, il mondo professionale e il contesto sociale e familiare possano parlarsi e condividere risorse e obiettivi Solo così potremo contribuire fattivamente a rompere gli schemi e ad essere finalmente il cambiamento che vogliamo veder nel mondo.

(*) Questo è il testo del mio intervento al Convegno PARITÀ DIVERSA: EMPOWERMENT, CAMBIAMENTO ED EVOLUZIONE AZIENDALE Saper raccontare sé stesse e le proprie competenze, affidarsi ad un mentor, costruire reti. Torino, 26 settembre 2019 – Stati generali del mondo del lavoro

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