Lontani lontani, vicini vicini:cosa porteremo con noi nel d.C19?

Lontani lontani, vicini vicini:cosa porteremo con noi nel d.C19?

Quando tutto questo sarà finito, non dimentichiamoci tutto quello che abbiamo imparato e che porteremo con noi nel d.C19 (dopo Covid19).

Genitori con il cuore

Stiamo vivendo giorni difficili. La paura per lo stato di salute nostro e dei nostri cari, la privazione della libertà di movimento, le preoccupazioni per le previsioni economiche dei prossimi mesi. In questi giorni dovremmo avere più tempo per pensare. Non per pensare in maniera automatica, ma per attivare l’osservatore esterno, quel punto di vista da cui è possibile fare un bilancio di dove siamo e dove stiamo andando. E il tempo della solitudine non va sottovalutato, perché è dallo stare soli con sé stessi che nasce la reale opportunità di visione. Rubo una citazione di Zygmunt Bauman, uno dei più importanti sociologi del nostro tempo:

quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia all’opportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione“.

Purtroppo, invece, tendiamo a cercare scorciatoie che ci riportino più vicino possibile ai nostri meccanismi automatici: ad esempio, sostituire la comunicazione reale con la comunicazione virtuale ha solo trasposto la nostra bulimia comunicativa, ha solo creato un modo per non stare, ancora una volta, con noi stessi.

Ma se davvero vogliamo collaborare con l’inevitabile abbiamo la possibilità di costruire, in casa, la nostra palestra di allenamento emotivo e spirituale.

Qualche giorno prima che scoppiasse l’emergenza ho fatto un sogno. Non un sogno normale, ma un sogno che mi ha lasciato addosso un’emozione profonda per settimane. Quel sogno è stato un messaggero di un nuovo modo di lavorare sulla mia crescita personale. Ricordo solo l’immagine di un rombo che reca ai vertici 4 parole, da cui derivano altrettante competenze da allenare, in questo momento di stasi del fare. La prima è adattamento. Siamo stati tutti proiettati, senza preavviso, in un mondo diverso. L’emergenza sanitaria ci ha separati fuori, per farci trovare più vicini dentro. In famiglia condividiamo spazi e tempi, che, prima, ritenevamo impensabili. Sicuramente, gestire il tempo e lo spazio con tutti gli altri membri del nucleo familiare, comporta alcune criticità di adattamento. Siamo sufficientemente flessibili per adattare i nostri comportamenti ad un nuovo status o entriamo in sofferenza psicologica? Siamo in grado di negoziare nuove regole di convivenza a casa o imponiamo i nostri bisogni, senza preoccuparci degli altri? Un solo consiglio per attivare le vostre capacità di negoziazione: non pensate a soluzioni dicotomiche (o/o) ma cercate soluzioni inclusive (e/e), dopo aver esplorato i bisogni di ognuno. Se affiniamo la nostra capacità creativa, le soluzioni saltano fuori.

La seconda è concentrazione. Ci possiamo facilmente rendere conto di quanto sia difficile recuperare il focus su di noi, se siamo costantemente immersi in interazioni forzate. È un po’ la stessa difficoltà che incontravamo a scuola, quando era necessario restare concentrati a studiare per un compito in classe, mentre nell’altra stanza i nostri fratelli giocavano rumorosamente.

Cito spesso, nei miei corsi il testo di Daniel Goleman Focus, come mantenersi concentrati nell’era della distrazione. La capacità di focalizzare l’attenzione è una risorsa mentale sottile e sfuggente, spesso sottovalutata. Eppure riveste un’importanza enorme rispetto al modo in cui affrontiamo la vita: i suoi effetti, come hanno spiegato in questi ultimi anni le neuroscienze, si fanno sentire nella maggior parte delle cose che facciamo, assediati come siamo da una marea di dati e stimoli difficili da gestire. Goleman dice «La felicità non si raggiunge automaticamente acquisendo la capacità di essere attenti, però è uno strumento che aiuta a raggiungere il benessere. E allo stesso modo, senza questa facoltà diventa assai improbabile essere felici. Il saper mantenere l’attenzione aiuta non solo a individuare con maggiore efficacia la soluzione dei problemi, ma anche a migliorare la qualità dei rapporti con gli altri, accresce l’empatia, ci rende capaci di saper apprezzare meglio le bellezze». Abbiamo quindi un’ottima occasione per allenare la nostra capacità di concentrazione, proprio perché sarà più difficile farlo nel contesto attuale. Possiamo iniziare provando a rimanere concentrati sul nostro respiro a occhi chiusi per alcuni minuti al giorno. Sicuramente impareremo molto di noi stessi e degli altri. “L’attenzione – diceva Simone Weil – è la forma più rara e più pura della generosità. A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono”. La terza è attesa. Siamo immersi in una bolla spazio-temporale che non sappiamo quando finirà e che ci costringe a so-stare nel presente senza esempi passati e senza visione del futuro. Quanti di noi sono allenati a farlo? Pochi, penso. Saper stare nel presente è difficile, ma è una risorsa indispensabile per dare il giusto valore alle cose. Prendete il tempo dell’attesa come un tempo sacro. I greci avevano due modi per definire il tempo Chrónos e Kairós . Chrónos è il tempo che scorre, la durata quantitativa di un evento. Kairós è il tempo qualitativo e corrisponde ciò che è giusto e opportuno fare in un certo momento, la buona occasione, ma anche il movimento del tempo che coincide con l’eterno. In questo tempo dell’attesa, abbiamo la possibilità di ritrovare la profonda connessione che, da sempre, lega l’uomo e la natura. Sicuramente, presi dal delirio di onnipotenza di “Homo-Deus” (come direbbe Harari), ce n’eravamo dimenticati.

La quarta è evoluzione. Mi ha sempre aiutato molto nella mia vita pensarmi oltre la difficoltà, e proiettarmi già al sicuro nel futuro a riguardare indietro le criticità appena superate. Oggi forse questo esercizio lo possiamo fare insieme e immaginare quali competenze porteremo nel d.C19 (dopo-Covid 19). Provate a fare un elenco dei valori che stanno guidando le vostre giornate di “clausura” e scriveteli. Nella mia lista ci sono: gratitudine, solidarietà, rispetto, vicinanza, amore, ma anche connessione, bellezza essenzialità, pazienza. Ricordiamoci di dedicare silenzio e rispetto alle tante vite che sono state sacrificate sull’altare di questa vicenda epocale a cui non eravamo preparati. Ma non dimentichiamoci di ricordare tutto quello che abbiamo imparato e che porteremo con noi nel d.C19 (dopo Covid19).

“Sfuggire al contagio della follia e della vertigine collettiva tornando a stringere per conto proprio, al di sopra dell’idolo sociale, il patto originario dello spirito con l’universo” Simone Weil

Dedicato a tutti gli eroi in viaggio

Dedicato a tutti gli eroi in viaggio

Siamo tutti eroi in viaggio. Il viaggio dell’eroe è un viaggio interiore verso le profondità oscure dell’essere, per resuscitare poteri dimenticati e riscoprire parti di sé. Ecco una sintesi dell’intervento mio e di #saraloffredi all’Aperitivo letterario del 28 gennaio 2020, ispirate da Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler e L’eroe dai mille volti di Joseph Campbel.

Genitori con il cuore

Le storie degli uomini variano ma il viaggio dell’eroe è lo stesso. L’eroe è il simbolo di quell’immagine divina e redentrice che è nascosta dentro ognuno di noi e che aspetta solo di essere trovata e riportata in vita.

Il testo di Vogler, Il viaggio dell’eroe prende spunto dal testo di Joseph Campbell L’eroe dai mille volti, pubblicato per la prima volta nel 1949. Negli anni ’80 Vogler, un consulente per le sceneggiature della Disney, si interessa agli studi dei miti nelle popolazioni di tutto il mondo fatti da Campbell (uno dei più grandi studiosi di mitologia comparata), e trasforma il modello in un libro di grande successo, utile sia per l’analisi dei film che per la costruzione di qualsiasi trama narrativa.

Ogni narrazione che si rispetti segue lo schema del viaggio dell’eroe e ci coinvolge profondamente, quando sentiamo che parla a qualcosa di molto vicino a noi. Spesso i personaggi delle storie non si limitano a rispecchiare i nostri sentimenti, ma ci mostrano anche come elaborarli – specialmente quelli più dolorosi e difficili – per accompagnare la nostra evoluzione ed entrare in un mondo più vasto fatto di infinite possibilità.

Gli archetipi e il mito

Il Viaggio dell’eroe è universale, perché le funzioni e i ruoli narrativi del suo modello sono archetipi. Carl Jung ha usato il termine “archetipi” per intendere antichi modelli di personalità che costituiscono l’eredità condivisa dell’umanità. Secondo Jung esiste un inconscio collettivo simile a quello individuale: i miti e le fiabe rappresentano i sogni di un’intera cultura.

Per spiegare che cos’è un archetipo, Campbell utilizzava l’esempio del passero appena uscito dall’uovo che, vedendo la forma di un’aquila, creata artificialmente dall’uomo, si nasconde spontaneamente, mentre se vede la forma di un altro passero, si mette a cinguettare. La metafora del Viaggio dell’eroe sarebbe l’equivalente della forma del passero per noi uomini.

James Hillman, allievo di Jung e autore de Il codice dell’anima, sostiene che per apprezzare J. Campbell dobbiamo andargli incontro sul terreno dell’immaginazione.

Il tema dell’eroe è molto importante per la sopravvivenza della nostra civiltà, costruita sul mito eroico, perché è la forza immaginale che ispira le grandi imprese per il bene pubblico. “Recuperando il mito dell’eroe -dice Hillman – Campbell ha protetto la civiltà dal nichilismo della scienza materialisistica, dalla redenzione ultramondana del cristianesimo e dalla tirannia della mercificazione capitalistica dei valori.” Il mito dice la verità con la chiarezza di un mondo animato, vivo, bello, fondato su una natura animica e dotata di spirito.

Lo schema del viaggio

Tutte le storie sono riconducibili a uno schema narrativo elementare. L’Eroe riceve una Chiamata che lo strappa al suo Mondo Ordinario, istruito da un Mentore vince la sua paura, supera la Prima Soglia ed entra nel Mondo Straordinario, poi accede alla Caverna più Profonda, affronta la Prova Centrale, ottiene la Ricompensa e, dopo aver attraversato una Resurrezione, torna a casa con l’Elisir.

Una parte fondamentale del viaggio avviene durante l’accesso alla caverna più profonda. C’è un punto, di solito a metà della storia, dove l’eroe ha un’illuminazione, entra in lui una nuova prospettiva o comprensione: il Mondo Straordinario gli si svela dinnanzi e può sembrare che la storia sia finita qui, perché una nuova idea ha fatto breccia nella coscienza dell’eroe, che ha il sentore di come potrebbe essere la sua vita. Ma non è così. C’è ancora molto lavoro da fare: l’eroe deve scendere nella caverna più profonda, perché la trasformazione non avviene senza la rinuncia alle vecchie abitudini. Ed è qui tipicamente che avviene la caduta: l’ego non si libera facilmente delle vecchie percezioni e si crea un conflitto tra il proprio sé precedente e quello nuovo che sta lottando per emergere. Quando capiamo la verità su noi stessi, spesso la vita diventa molto più difficile, prima di migliorare: la trasformazione esige la morte di un vecchio sistema, perché ne possa emergere uno nuovo. Quindi il compito fondamentale dell’eroe è trovare un altro modo di vivere e tornare a raccontarlo. L’eroe affronta sempre un percorso di iniziazione, presente in molte culture: muore a sé stesso per rinascere uomo/donna: esce da una posizione di dipendenza psicologica per rinascere autonomo. L’antagonista e l’ombra

Nelle narrazioni che funzionano, l’eroe non è uguale a sé stesso all’inizio e alla fine del viaggio: ha illuminato parti di sé inconsce, che agivano contro di lui – impersonificate nell’antagonista – e questa consapevolezza ne fa una persona diversa. Nel processo per divenire esseri umani compiuti, siamo tutti eroi che incappiamo in guardiani interiori, in mostri e in aiutanti. Tutti i cattivi e tutti gli amici dell’eroe sono dentro noi stessi. La prova psicologica che tutti noi dobbiamo affrontare è fondere queste parti divise in un’entità completa e equilibrata o, come direbbe la Psicosintesi, integrare la molteplicità delle nostre subpersonalità in un sé unificato e consapevole di sé.

Il volto negativo dell’ombra, nella narrativa, si proietta su cattivi e antagonisti che, mettendo in pericolo l’eroe, lo spingono a dare il meglio.

In un racconto ben strutturato (così come nella vita) i personaggi ombra hanno in sé una parte di luce.

L’ombra può rappresentare l’influsso dei sentimenti repressi. Traumi o sensi di colpa, se ricacciati nell’oscurità dell’inconscio, si trasformano in energia dannosa che ci indebolisce; se portati invece alla luce della conoscenza, si polverizzano come i vampiri delle narrazioni più spaventose.

Anche nella visione psicosintetica ogni processo evolutivo deve partire da una visione dicotomica per arrivare ad una sintesi. Le polarità apparentemente oppositive, che caratterizzano qualsiasi organismo vivente, presente in natura, e qualsiasi relazione non sono che fisiologici strumenti per garantire l’evoluzione.

E’ proprio nella caverna dove avete paura di entrare, che si trova il tesoro che state cercando. L’effetto della vittoriosa avventura dell’eroe è quindi di far fluire nuovamente la vita nel corpo del mondo. E voi, siete pronti ad ascoltare la chiamata, ad accettare le sfide, a dominare la paura e a rivendicare il tesoro che state cercando?

@saraloffredi @rocard68

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La vera forza della gentilezza

La vera forza della gentilezza

La pratica della gentilezza è ormai necessaria , non solo come antidoto all’odio diffuso, ma anche come risorsa per il nostro ben-essere, per costruire relazioni feconde, per migliorare efficienza e apprendimento negli studi e nella vita professionale. Ecco il mio intervento all’Aperitivo letterario del 12 novembre 2019 ispirati da La forza della gentilezza di Piero Ferrucci, Mondadori.

Genitori con il cuore

Perché parlare di gentilezza

La gentilezza, diceva Goethe è una catena che tiene uniti gli uomini. Nella sua accezione comune la gentilezza richiama la buona educazione: un insieme di gesti da Galateo che insegnavano i nostri nonni.

Ma questa è una visione riduttiva. Provate a ricordare che cosa avete provato l’ultima volta che qualcuno è stato gentile con voi. Sicuramente vi sarete sentiti visti, riconosciuti nel vostro valore e avrete provato gratitudine nei confronti di quella persona.

E viceversa, cosa avete provato l’ultima volta che siete stati voi gentili con qualcun altro? Il cuore probabilmente si è aperto ad uno stato di benessere e attenzione verso il mondo fuori e avrete percepito connessione con l’altro.

La gentilezza è un ingrediente essenziale per non sprecare il capitale di rapporti umani che possediamo. La gentilezza fa bene a chi la riceve, ma anche a chi la dona.

Anche la scienza ha confermato che le persone gentili stanno meglio e vivono più a lungo.

I teorici dell’evoluzione mostrano che il dna delle persone gentili ha grandi possibilità di riprodursi, mentre i neurologi riscontrano un’attività più intensa nel lobo posteriore superiore temporale del cervello degli altruisti. E il punto è proprio questo: il fatto stesso di essere gentili è il beneficio della gentilezza. E quindi le prove scientifiche potrebbero anche non essere necessarie, anche se legittimano un modello di riconoscimento delle nostre emozioni che ci aiuta a capire come siamo fatti.

Se la nostra natura è quella di essere aperti, disponibili e empatici verso gli altri, oppure no.

La falsa gentilezza

Per parlare di gentilezza dobbiamo sgomberare il campo da tutte le forme di falsa gentilezza.

Non è gentilezza una generosità calcolata, volta ad ottenere vantaggi dagli altri.

Non è gentilezza la manifestazione di rabbia nascosta e non espressa, mascherata falsamente: questo è ciò che gli psichiatri chiamano una “formazione reattiva” ovvero il vestito per contenuti inconsci inaccettabili e, per ciò, adattati.

Non è gentilezza la passività o debolezza, quella di manzoniana memoria del “vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro”.

La gentilezza è, invece, un insieme di qualità sinergiche che possono essere agite singolarmente, ma che hanno ancora più potere trasformativo se agite insieme.

Le qualità di cui ci parla Piero Ferrucci sono innocuità, appartenenza, contatto, fiducia, empatia, calore, gioia, fiducia, sincerità, pazienza, flessibilità, generosità, gratitudine, servizio. Dedicheremo un’attenzione particolare a Innocuità e Gratitudine, la prima perché spesso malintesa nell’accezione comune, la seconda perché è il modo più facile per essere felici.

Innocuità

Ahimsa paramo dharma, diceva Ghandi riferendosi al principio universale della non violenza, tradotto dal sanscrito come Non nuocere è la legge suprema.

Ahimsa è anche il primo degli Yama, le pratiche etiche, le cose da non fare per un sincero ricercatore spirituale che si avvicina allo Yoga integrale. Nella sua accezione di Innocuità, il non nuocere è una capacità di segno negativo, ma non passiva: innocuità è un comportamento attivo che esige un lavoro di autoregolazione e di concentrazione attenta. Richiede intelligenza, consapevolezza, padronanza di sé e bontà d’animo.

“L’innocuità – dice Ferrucci – è la risposta ad una domanda fondamentale che ognuno di noi più o meno consciamente si pone: qual è il mio atteggiamento verso ogni essere vivente: di competizione e confronto? Di giudizio e critica? Di sfruttamento o vittimismo? (…)di paura e sospetto? Oppure di supporto, amicizia, calore e collaborazione? Questa risposta giace nella profondità del nostro essere ed è lì che dobbiamo andarla a scoprire.Il nostro implicito atteggiamento verso gli altri ci accompagna sempre, condiziona i nostri rapporti con gli altri, colora la nostra vita”. Gratitudine

Passando alla gratitudine, siamo sempre colpiti dall’intensità emotiva e dalla bellezza di questo sentimento. Ma il sentimento è solo l’aspetto più visibile della gratitudine. In realtà essa è prima di tutto un’operazione della mente e consiste nel riconoscere valore a ciò che la vita ci offre.

Tutto è perfetto così com’è, dicono gli orientali, anche se adesso non comprendiamo.

“La gratitudine – dice Ferrucci – è per definizione antieroica. Non dipende da quanto io sono bravo o forte o speciale. Anzi è basata sulla mia mancanza e sulla mia capacità di chiedere aiuto. Se non nascondo a me stesso quanto sono vulnerabile e incompleto, allora posso ricevere il beneficio che la vita mi offre ed essere grato”.

Nella relazione, spesso perdiamo questa opportunità perché, per coglierla pienamente dobbiamo accettare ancora una volta di essere senza difese e che la nostra felicità possa dipendere da qualcun altro.

Allora perché la gentilezza è una qualità contro-corrente?

Adam Phillips, in un articolo pubblicato con Barbara Taylor su Internazionale (dicembre 2018) e prima ancora sul Guardian dice “Nella nostra immagine degli esseri umani, la gentilezza non è un istinto naturale: siamo tutti pazzi, cattivi, pericolosi e profondamente competitivi. Le persone sono mosse dall’egoismo e gli slanci verso il prossimo sono forme di autoconservazione.”

La gentilezza è rischiosa, perché abilita un paradigma di dipendenza dagli altri. Per essere gentili, dobbiamo essere in grado di farci carico carico della vulnerabilità degli altri, e quindi della nostra. E ciò, dice Philips è diventata un segno di fragilità.

La società moderna occidentale rifiuta questa verità fondamentale e mette l’indipendenza al di sopra di tutto. Per gran parte della storia occidentale la gentilezza è stata legata alla cristianità, che per secoli ha fatto da collante culturale, tenendo uniti gli individui di una società.

Ma dal cinquecento in poi il comandamento cristiano “ama il prossimo tuo come te stesso” subisce la concorrenza dell’individualismo. Il Leviatano (1651) di Thomas Hobbes considera la generosità cristiana psicologicamente assurda. “Homo Homini Lupus” sostiene Hobbes: l’esistenza è una “guerra di tutti contro tutti”.

L’individualismo è un fenomeno recente, legate alle teorie sul capitalismo e visto come chiave di lettura della società moderna in opposizione al collettivismo. In realtà l’illuminismo, generalmente considerato l’origine dell’individualismo occidentale, difendeva le “inclinazioni sociali” contro gli “interessi privati”.

Anche se il sospetto più radicato nei confronti della gentilezza è che sia solo una forma di narcisismo camuffato, la gentilezza continua a esse­re un’esperienza di cui non riusciamo a fare a meno, sebbene il nostro sistema di valori contemporaneo, contribuisce a far sì che sembri utile in alcune circostanze, ma anche potenzialmente super­flua.

Conclusioni

Nella visione di molti cammini spirituali, ogni persona è tutti gli altri.

Così come in ogni cellula è contenuto il Dna dell’intero organismo, ogni individuo contiene in sé l’umanità intera.

Se siamo in grado di migliorare la vita di qualcun’altro e di accendere una luce nel suo cuore, questa è già una vittoria, una risposta umile e silenziosa alle sofferenze e ai disagi del nostro pianeta. “Quando ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile” Dr Wayne W. Dyer

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Da bruco a farfalla: storia vera di una trasformazione professionale (*)

Da bruco a farfalla: storia vera di una trasformazione professionale (*)

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, diceva il Mahatma Gandhi e questo è stato un po’ il mantra del mio percorso professionale.

Genitori con il cuore

Ho lavorato per oltre 20 anni in azienda: ero responsabile di un’Area di business, gestivo persone e obiettivi di fatturato, guadagnavo discretamente, ma non ero felice. Non stavo ascoltando me stessa.

Avevo addosso dei vestiti troppo stretti, in cui non mi sentivo a mio agio e sono certa che, prima o poi mi sarei ammalata.

Quando dobbiamo cambiare, la vita manda dei segnali. E il mio è arrivato “sotto mentite spoglie”. Un giorno più difficile degli altri, ho aperto la mail e ho trovato un invito da parte dal Prof. Sabino Cassese, (che allora, tra le altre cose, era Presidente del Centro Guido Dorso di Avellino) a tenere una relazione ai ragazzi delle superiori (nell’ambito dell’iniziativa “Parliamo del Vostro futuro”), per spiegare quali fossero le competenze necessarie per sostenere il mio ruolo professionale.

Il progetto vedeva il coinvolgimento di professionisti, imprenditori e managers che raccontavano ai giovani la vita vera al lavoro, per dare evidenza, non solo dei percorsi professionali intrapresi, ma anche delle competenze necessarie, delle sfide affrontate e delle aspettative – più o meno soddisfatte – nel quotidiano.

Su quel palco, davanti a tantissimi studenti che mi ascoltavano attenti, ho avuto un’intuizione: ho capito che volevo aiutare le persone a trovare la propria strada.

È stato un processo di evoluzione creatrice, per dirla alla Bergson. La vita è una «creazione» che continuamente «disfa» la materia, mediante processi di organizzazione «invisibili» dei quali l’organismo «visibile» costituisce soltanto una temporanea realizzazione.

Quel che mi serviva, io lo avevo già…solo che non me ne ero resa conto, finché non ho raccontato un’altra storia di me stessa.

A 45 anni, madre di 3 figli, ho cominciato a ripensarmi, a verificare le competenze che avevo e quelle che mi mancavano, a studiare per acquisire conoscenze che mi aiutassero a far crescere il mio potenziale, ad esercitarmi, in azienda, con i giovani stagisti.

Sono diventata Counselor professionista, ho imparato a parlare in pubblico, a gestire un’aula e ho studiato i temi dell’intelligenza emotiva, di cui attualmente mi occupo. Ho incontrato tanti formatori e ho lavorato fianco a fianco con loro per apprendere il mestiere.

E man mano quella è diventata la lente attraverso cui leggere il mondo e ho potuto trasformarlo in un lavoro: aiutare le persone, soprattutto i giovani e le donne, a sviluppare il proprio talento in armonia con i bisogni dell’organizzazione cui appartengono.

Cavalcare il cambiamento, scoprendo sé stessi.

Nel mondo economico 4.0 sono cambiate le regole, ed è cambiato il focus dalle opportunità alle potenzialità. Siamo ormai nella “Società della conoscenza” (dice Gianna Martinengo, imprenditrice di successo fondatrice di Women&Technologies), quella in cui non è tanto la possibilità di creare idee nuove che ci contraddistingue, ma la possibilità di creare dei link tra idee preesistenti. Connessioni, appunto.

Le donne, in questo hanno naturalmente una marcia in più.

Noi viviamo nella società del cambiamento e la rete (sia intesa come web che come rete di conoscenze, di networking, di connessioni) è il driver più importante: una risorsa monetizzabile e da valorizzare.

E allora occorre ridisegnare la mappa delle competenze che ci servono per crescere.

Non possiamo più vederci come profili professionali verticali e immutabili, ma dobbiamo riprogettarci come “fettine di competenze” orizzontali modulari che possono essere mescolate e ricomposte a seconda delle esigenze che il cambiamento e la società richiedono.

Naturalmente, bisogna però imparare non solo ad autovalutarsi, ma ad autovalorizzarsi.

Come? Lavorando su chi siamo e su chi vorremmo essere. Se ci abituiamo a pensarci come ci vorremmo, lo diventeremo.

Tanto più saremo radicate nella nostra essenza, tanto più le nostre azioni risulteranno autentiche e verranno ascoltate.

Se dovessi dare un consiglio alle giovani donne che studiano e che un giorno si affacceranno al mercato del lavoro, mi vengono in mente tre parole chiave.

La prima è sostenibilità. Per che cosa mi sento portata?. Quali attività svolgo senza poter smettere? Quali mi danno energia, anziché togliermela?

L’energia femminile è fluida come l’acqua, aiuta ad abbattere le barriere, a integrare, ad armonizzare. Ed è la risorsa che ci potrà aiutare a conciliare vita familiare e professionale, se taglieremo un vestito su misura per noi e impareremo a rispettare i nostri bisogni.

La sostenibilità è anche e soprattutto un tema ambientale. Le teorie più evolute sulla leadership ispirazionale, parlano di ascolto generativo e intuizione come qualità che veicolano una leadership non più ego centrata ma eco centrata, in cui chi guida fa da catalizzatore della crescita del gruppo. E in questo le donne sono molto brave.

La seconda è consapevolezza delle proprie risorse, sia in termini di visione che in termini di libertà dai copioni.Occorre disinnescare tutte le credenze limitanti che ostacolano il nostro sviluppo. Del resto “svilupparsi” vuol dire letteralmente “togliere i viluppi”. Per affrontare le sfide della complessità, le competenze trasversali, il mind-set digitale e le competenze finanziarie sono sempre più importanti.

La terza è connessione.

Fare rete e lavorare sul network, che è ormai la risorsa chiave del XXII secolo, vuol dire anche impegnarsi a fare da ponte per il passaggio generazionale. Dobbiamo investire sui giovani e veicolare dei nuovi modelli integrati in cui il mondo dell’educazione, il mondo professionale e il contesto sociale e familiare possano parlarsi e condividere risorse e obiettivi Solo così potremo contribuire fattivamente a rompere gli schemi e ad essere finalmente il cambiamento che vogliamo veder nel mondo.

(*) Questo è il testo del mio intervento al Convegno PARITÀ DIVERSA: EMPOWERMENT, CAMBIAMENTO ED EVOLUZIONE AZIENDALE Saper raccontare sé stesse e le proprie competenze, affidarsi ad un mentor, costruire reti. Torino, 26 settembre 2019 – Stati generali del mondo del lavoro

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Pillole di spiritualità per il manager di oggi – Step 3

Pillole di spiritualità per il manager di oggi – Step 3

La pratica del respiro consapevole (pranayama) può aiutarci, ad utilizzare meglio la nostra capacità polmonare e a ossigenare il cervello, ma anche a restare in uno stato di presenza, a regolare i flussi di energia e a mantenere l’attenzione focalizzata al raggiungimento dei nostri obiettivi. E molto altro ancora…

Genitori con il cuore

Il respiro è l’essenza della vita: si inspira non appena si viene alla luce e si espira, quando si chiudono gli occhi per l’ultima volta.

Quante volte ci capita durante la giornata di osservarci mentre respiriamo? Probabilmente poche.

Respirare è un atto involontario, ma possiamo renderlo consapevole.

Proviamo a farlo adesso. Mettiamoci in una posizione comoda, con la schiena dritta e chiudiamo gli occhi, concentrando la nostra attenzione sull’aria che entra dalle narici. Non dobbiamo fare nulla per modificare il respiro. Osserviamone semplicemente il flusso. In breve tempo diventerà più lento, come un filo sottile che ci pervade. Osserviamo ora le nostre sensazioni: il battito del cuore piano piano rallenta, le emozioni si placano e uno stato di serenità ci pervade. Oppure potremmo osservare una sensazione di disagio, se non siamo abituati a questo tipo di pratica. Non fa niente, Annotiamo mentalmente quel che succede, senza giudicare.

Dal punto di vista fisiologico, con il controllo del respiro si rende cosciente quel processo inconscio, che inizia nella parte primitiva del cervello (il tronco encefalico) posto alla sommità della spina dorsale e che stimola il diaframma, il principale muscolo responsabile della respirazione.

Il pranayama è l’insieme delle tecniche di regolazione di inspirazione, ritenzione (il periodo tra inspirazione ed espirazione) ed espirazione, attraverso le quali la forza vitale è attivata e regolata e costituisce una parte fondante della pratica yoga.

Infatti il termine sanscrito pranayama è composto da due parole: prana e ayama. Prana significa “forza vitale” e ayama significa “espansione”, quindi pranayama può essere tradotto letteralmente come ”espansione della forza vitale”.

Esistono diverse tecniche yogiche di respirazione che possono essere praticate per migliorare la capacità di regolare e dirigere il nostro prana.

La respirazione yogica completa è la più semplice e si articola in tre fasi che vanno collegate tra loro:

1. Inspiro espandendo l’addome, lasciando gonfiare la pancia come un palloncino usando il diaframma (respirazione addominale).

2. Continuo a inspirare, dilatando la gabbia toracica con l’aiuto dei muscoli intercostali (respirazione toracica).

3. L’aria raggiunge l’apice dei polmoni facendo leggermente alzare le clavicole (respirazione clavicolare).

A ritroso, durante l’espiro abbasso le clavicole, contraggo leggermente il torace e svuoto l’addome.

Altre tecniche più complesse vengono insegnate durante le lezioni di hatha yoga, con l’obiettivo di ottenere un più alto livello di energia fisica, emotiva e spirituale.

Ma c’è di più.

Così come il corpo e la mente sono legati tra loro e la stabilità di uno dipende dall’altro, allo stesso modo il respiro e la mente sono profondamente connessi. In momenti di stress il respiro è, infatti veloce e superficiale, mentre quando la mente è rilassata, anche il respiro è lento e profondo.

Avere maggior controllo del respiro, aiuterà la mente a diventare più stabile e, conseguentemente, a migliorare anche il nostro benessere psichico.

Anche le neuroscienze ci dicono che il fattore che più di ogni altro consente di prevedere salute e felicità sia l’integrazione cerebrale . Ciò significa che il processo di collegamento di aree differenziali del cervello è probabilmente dovuto ad un meccanismo che consente un’ottimizzazione della nostra capacità di autoregolare l’attenzione, le emozioni, il pensiero, il comportamento e le relazioni. E pare ormai dimostrato che le connessioni neuronali possano essere regolate e modificate (si vedano gli studi sul connettoma di Sebastian Seung).

Nel libro Diventare consapevoli Daniel Siegel, docente di Psichiatria presso la University of California School of medicine fornisce suffragi scientifici di ciò che accade ai nostri neuroni quando utilizziamo le potenzialità latenti della mente, anche e soprattutto attraverso il respiro.

Siegel riconosce al training mentale e alle pratiche di consapevolezza (attivati attraverso la meditazione) il fondamento per la creazione di benessere personale e collettivo.

Per migliorare la qualità della nostra vita e della vita delle nostre organizzazioni – dice – dobbiamo imparare ad allenare, attraverso il respiro consapevole, tre capacità:

1. Attenzione focalizzata (= capacità di concentrazione, di evitare le distrazioni o di lasciarle andare, quando arrivano);

2. Consapevolezza aperta (=capacità di ascolto e di rimanere ricettivi verso ciò che accade senza identificarci nei contenuti oggetto della nostra attenzione);

3. Intenzione gentile (= capacità di entrare in relazione compassionevole/amorevole con sé stessi e con gli altri).

Parleremo prossimamente degli effetti benefici delle pratiche di meditazione sul cervello per migliorare l’equilibrio psico-fisico, per aumentare la concentrazione, per sviluppare fiducia e flessibilità.

Per il momento, nell’augurarvi una serena estate, mi limito a darvi un piccolo consiglio: concedetevi qualche momento della giornata in cui portare attenzione al vostro respiro. Vi sentirete subito meglio.

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Pillole di spiritualità per il manager di oggi – Step 2

Pillole di spiritualità per il manager di oggi – Step 2

La ricerca di un management etico, che porti sostenibilità e benessere nelle organizzazioni può essere veicolato anche dai principi del Raja yoga. Oggi ci concentriamo sui precetti del fare (Nyama), per portare un giusto equilibrio tra calma ed energia nel nostro agire professionale, con un occhio di riguardo al tema dell’essenzialità.

Genitori con il cuore

Nutrire la vita spirituale può essere un buon modo per nutrire anche il proprio percorso professionale, soprattutto valorizzando – per sé e per gli altri – quella mission che ciascuno di noi è stato chiamato a incarnare. Abbiamo già anticipato in un precedente post dal titolo “Pillole di spiritualità per il manager di oggi – Step 1” come la ricerca di un management etico, che porti sostenibilità e benessere nelle organizzazioni può essere veicolato anche da alcuni suggerimenti provenienti dai principi del Raja yoga, contenuti nel testo sacro, denominato”Yoga Sutra” di Patanjali, secondo il quale i primi passi di un ricercatore sincero dovrebbero focalizzarsi, primariamente, sul rispetto dei 5 Yama e dei 5 Niyama .

Abbiamo già parlato degli Yama le “cose da non fare”, mentre i Nyama sono invece pratiche di tipo disciplinare che spiegano cosa fare.

I Nyamas sono cinque e agiscono a livello interiore:

1. Saucha = lavorare sulla pulizia interiore;

2. Santosha = gioiredi quel che si ha

3. Tapas = saper essere essenziali

4. Svadhyaya = dedicarsi allo studio e alla conoscenza di sè

5. Isvara pranidhana = praticare la resa.

 

Vediamoli uno per uno.

In sanscrito la parola Saucha significa purificazione e riguarda la pulizia del corpo, ma non solo.

Per avere un corpo pulito e puro è importante praticare con costanza le asana e nutrirsi con una dieta naturale ed equilibrata. Ma anche liberare la mente da pensieri tossici, così come abituarsi a riconoscere e a disinnescare le credenze limitanti che non ci consentono di entrare in contatto con il nostro potenziale di realizzazione.

Santosha significa capacità di accontentarsi, di saper stare con quel che c’è. Per applicare questo principio alla vita lavorativa il primo passo è capire cosa è superfluo. Una volta individuato ciò di cui non abbiamo bisogno occorre imparare a lasciare andare quel che non serve e a concentrare le energie là dove, come dice S. Covey ne “Le sette regole per avere successo”, possiamo ampliare la nostra sfera di influenza per passare dal management alla leadership di noi stessi.

Si potrebbe obiettare che accontentarsi voglia dire frenare l’ambizione e la prosperità. Ciò può essere vero, solo se confondiamo l’essere contenti con l’essere in fuga dalle proprie responsabilità: se abbiamo paura dell’impegno o del fallimento o non siamo capaci di essere profondamente ingaggiati da quel che facciamo potremmo dichiarare di essere contenti di quel che abbiamo, per paura di cambiare. La vera contentezza non significa pigrizia, ma un giusto equilibrio tra pacatezza ed energia.

Tapas significa austerità e riguarda l’esercizio della forza di volontà, il prefiggersi una meta, anche piccola, da raggiungere con costanza e dedizione. La pratica di Tapas ci insegna ad uscire dalla nostra zona di comfort e ad eliminare i modelli e le abitudini negative che spesso sosteniamo con un notevole dispendio di energie.

Tutti noi abbiamo limiti e condizionamenti che sostengono i nostri schemi mentali: la pratica dello yoga e della meditazione ci aiutano a guardarli senza giudizio e a trasformarli. Secondo la Psicosintesi di R.Assagioli la volontà è una qualità dell’essere umano che non può solo essere legata all’autodisciplina, ma che deve anche essere buona (cioè volta al bene), sapiente (cioè dotata di pensiero strategico) e forte (cioè determinata a trasformare gli impulsi in obiettivi).

Svadhyaya invece significa studio di sé stessi e riguarda il valore che diamo alla conoscenza.

Nella pratica di questo principio è racchiuso anche lo studio dei testi antichi e dei grandi maestri, ma soprattutto significa raccogliere dati di osservazione statistica di quel che siamo e di come reagiamo agli stimoli esterni: quanto siamo realmente in grado di autodeterminarci, quanto ci facciamo influenzare dal contesto, come possiamo valorizzare le nostre qualità? Gli studi sull’intelligenza emotiva ci aiutano a riconoscere, gestire e comunicare correttamente il nostro mondo emozionale, con l’obiettivo di rendere i nostri comportamenti efficaci rispetto al contesto e sostenibili per noi. E ciò è possibile solo grazie ad un continuo allenamento.

Infine Isvara (abbandono) Pranidhana (divino), significa abbandonarsi all’essenza di ciò che è, al Divino.

La nostra interiorità è legata all’esterno da un filo sottile: bisogna imparare ad arrendersi all’esistenza, così com’è, perché nulla accade invano. Ogni esperienza viene per insegnarci qualcosa e sta a noi comprendere la lezione che ci porta per evolvere.

Questa è indubbiamente la pratica più difficile da seguire; siamo così inclini a controllare ogni nostra azione ed il suo risultato che il lasciar andare non è per niente facile. Molti di noi hanno bisogno di “controllo nella vita”, e vivono continue battaglie tra mente ed emozioni.

La pratica consiste nel lasciare continuamente andare e nel non crearsi aspettative, proprio mentre la mente continuerà imperterrita a fare programmi, a chiedere rendiconti e a desiderare risultati.

Ciò non vuol dire, ancora una volta rimanere distaccati e poco coinvolti dal nostro agire.

Anzi, significa agire con il massimo interesse ma disinteressatamente, quasi come se, una volta intrapresa un’azione, i frutti della stessa fossero affidati ad una forza più grande.

E’ l’esperienza, ad esempio, della fiducia, come leva per far funzionare le organizzazioni: una volta messa a disposizione del team occorre lasciarla vivere di vita propria, avendo il coraggio di non interferire.

 

Il nostro cammino procede con altri suggerimenti. Prossimamente parleremo di come usare il respiro per riportare la nostra focalizzazione all’interno, per favorire la concentrazione, per combattere ansia e stress.

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